Genova, la nostra storia – Di Livio Pepino

Genova G8 2001

Ci sono eventi che segnano le vite delle donne, degli uomini e di un intero Paese. Per la mia generazione il riferimento naturale è la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969: con la sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano, sventrata dall’esplosivo e, a terra, 17 morti e 88 feriti. Altre stragi, ancora più sanguinose, sarebbero seguite, ma quel 12 dicembre (la cui ombra lunga si è proiettata, poi, per mesi e anni) fu un passaggio senza ritorno: fu la perdita dell’innocenza collettiva di una generazione; l’emergere brutale della vulnerabilità della democrazia; il ritorno prepotente di un fascismo non estirpato dalla Resistenza; la scoperta che gli attacchi più pericolosi alle istituzioni venivano dal loro interno e che la strage era di Stato; la consapevolezza che la violenza aveva ormai sostituto, senza esclusione di colpi, il confronto politico; la fine della fiducia in alcune regole minime dell’agire istituzionale, travolte dalla tragedia di un anarchico innocente trattenuto illegalmente in questura e precipitato da una finestra del quarto piano e dai balbettii colpevoli di gran parte della magistratura; la messa a regime di una colpevolizzazione permanente degli anarchici,a prescindere da prove e da ogni ragionevolezza. E fu molto altro ancora. Con tutto quello che ne seguì nelle scelte e nei comportamenti di decine di migliaia di giovani e meno giovani.

Poco più di trent’anni dopo, i fatti di Genova del 19-22 luglio 2001 hanno di nuovo segnato un’epoca e le generazioni che la abitavano. Per chi è nato dopo, può essere utile un richiamo. Il vertice del G8 di quei giorni innescò manifestazioni inedite per radicalità e partecipazione; quella di sabato 21 vide, nelle strade di Genova, 300.000 dimostranti; al maggior cartello di promotori – il Genoa Social Forum – facevano capo 800 associazioni, diverse ed eterogenee. Le manifestazioni seguirono un copione del nuovo e imprevisto con la coesistenza di elementi diversi e all’apparenza contraddittori: gioia, creatività, rabbia. Ad esse le forze di polizia risposero con interventi di durezza e violenza inaudita, privi di precedenti nella storia recente del Paese. Il bilancio fu di un dimostrante, Carlo Giuliani, ucciso e di 560 feriti medicati o ricoverati in ospedali cittadini (senza contare i molti che, per timore di ritorsioni, evitarono di recarsi in ospedale o andarono in luoghi di cura di altre città). E ci furono, tra il 20 e e il 22 luglio, 253 manifestanti arrestati (di cui 93 nel corso dell’irruzione nelle scuole Diaz e Pertini). L’asprezza e le modalità delle cariche, l’uso di armi da fuoco, i pestaggi di cittadini inermi, le sevizie inflitte a manifestanti e arrestati sono fissati per sempre negli occhi e nelle coscienze di tutti i democratici. E resta la considerazione di Amnesty International secondo cui a Genova intervenne «la più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un paese occidentale dal dopoguerra». Ma Genova è stata anche uno spartiacque o, come è stato acutamente scritto, un segnalibro: quel che è accaduto allora nelle strade, nelle piazze, nelle scuole, nelle caserme, sulla stampa ha aperto e chiuso orizzonti di speranza e ha mostrato in nuce lo scenario dei decenni successivi. Alcuni flash possono aiutare a capire.

1. Le manifestazioni di Genova furono un unicum. Come ha scritto Haidi Giuliani, la mamma di Carlo, «nei vent’anni precedenti le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni». A Genova tutto cambiò. A cominciare dai partecipanti. In piazza c’era una moltitudine di soggetti nuovi: i pacifisti, i primi ambientalisti organizzati, una parte consistente del mondo cattolico (sopratutto giovanile), i centri sociali, le varie articolazioni dell’antagonismo sociale, i sindacati di base, molti studenti e operai, tanti giovanissimi e “cani sciolti”. Non c’erano, invece, i partiti della sinistra parlamentare (salvo Rifondazione comunista, che contava allora, 11 deputati e 4 senatori) e non c’era la Cgil né – men che meno – gli altri sindacati confederali. Delle grandi organizzazioni di massa erano presenti solo la Fiom (a cui la Cgil intimò di abbandonare il campo, ma che rimase in piazza, disobbedendo alla casa madre) e l’Arci (da qualche tempo traghettata da Tom Benetollo nell’area dei movimenti). Questo sarà, da Genova in poi, il parterre delle manifestazioni antagoniste (che sostituirà in gran parte quello novecentesco dei braccianti e degli operai organizzati). Un cambio di paradigma, destinato a maggior durata di quello dei ragazzi “con le magliette a strisce” di Genova 1960 e del movimento studentesco del 1968. E – superfluo dirlo – il cambiamento riguardò non solo la composizione sociale ma anche l’organizzazione e la gestione della piazza e, più in generale, le modalità della protesta.

2. Insieme ai soggetti cambiarono, a Genova, gli obiettivi e le parole d’ordine. L’inizio del millennio aveva segnato la fine dell’ubriacatura ottimistica dell’89 (seguita alla caduta del muro di Berlino) e delle illusioni (sapientemente indotte) circa gli effetti salvifici della globalizzazione. Di più, il nuovo ordine mondiale si era ormai rivelato veicolo di sempre maggior povertà, disuguaglianza e sfruttamento delle persone e del pianeta. A quell’ordine una parte del mondo (giovani soprattutto, ma non solo) opponeva una richiesta di cambiamento radicale e non – come prevalentemente avvenuto in precedenza – di semplice aggiustamento, fermo il modello di riferimento. Era il movimento dei movimenti e Genova ne fu, in qualche modo, l’epifania. Con uno slogan, gridato ai potenti del mondo, quantomai esplicito: “Voi 8. Noi 6 miliardi”. Non c’erano mediazioni possibili e per questo la repressione fu particolarmente violenta ed esemplare. A 25 anni di distanza è possibile dire che il movimento non si è spento (e ha avuto, anche recentemente, momenti assai alti); ma la vittoria militare del potere costituito a Genova lo ha diviso, ammaccato e indebolito. Nessuna resa, dunque; ma certo un cammino più difficile.

3. Genova ha proposto un altro elemento in parte nuovo: quello della violenza nel movimento. Immagini e filmati consegnano cortei imponenti, determinati e (a volte) festosi ma anche episodi rilevanti (seppur quantitativamente ridotti) di violenza nei confronti di cose, edifici e, più raramente, forze di polizia. Sono episodi non esorcizzabili attribuendone la responsabilità a 500 o 1000 black bloc venuti da lontano (quasi che la Germania fosse Marte…). C’erano, certamente, esponenti del “blocco nero” (da allora evocato in ogni occasione, a proposito e a sproposito) ma tra gli attori delle violenze c’erano anche ragazzi in canottiera o in maglietta a righe, in jeans o in pantaloni corti. Fu una violenza eterogenea: aggressioni a luoghi rappresentativi del “sistema”, esplosioni episodiche di rabbia, reazioni a violenze altrui ed altro ancora. E fu un fatto parzialmente nuovo. Intendiamoci, una componente di violenza c’è sempre stata nelle manifestazioni (e non c’è bisogno di citare il manzoniano “assalo al forno”). Ma a Genova c’è stato un salto di qualità, con la sua rivendicazione e la sua trasformazione in surrogato di una politica assente. Da allora, questa pratica e questa teorizzazione si sono ripetute più volte. Ed è un fatto con cui non si sono ancora fatti adeguatamente i conti.

4. Le novità di quel luglio torrido non furono solo nel movimento ma anche, e in modo dirompente, nella risposta istituzionale. A Genova – lo si è appena detto – venne scritta una delle più brutte pagine di gestione dell’ordine pubblico e di comportamenti degli apparati di polizia. Anche qui, non è certo la prima volta che le manifestazioni sono state accompagnate da violenze di polizia e, anzi, la nostra storia ha visto momenti di repressione anche più cruenti (a cominciare da quelli del secondo dopoguerra). Ma a Genova c’è stato un cambio di registro destinato a protrarsi nei decenni successivi. Non si è trattato solo della difficoltà di gestire una situazione inedita. Quel che è avvenuto è stato frutto di una strategia deliberata, consapevole, preparata da mesi che ha accompagnato l’intero vertice del G8: prima dell’inizio, con campagne allarmistiche irresponsabili e con la militarizzazione della città (con zone rosse e divieti estesi a dismisura); durante lo svolgimento, con un’azione di contrasto delle manifestazioni caratterizzata da una violenza straordinaria e indifferenziata (con uso, in almeno due casi, di armi da fuoco e con cariche, pestaggi e arresti nel mucchio); dopo la conclusione, con abusi e maltrattamenti pesantissimi e sistematici, in particolare durante la “perquisizione” nella scuola Diaz e il trattenimento nella caserma di Bolzaneto; in tutte le fasi, con il ricorso all’armamentario tipico dei regimi illiberali (perquisizioni di iniziativa, fogli di via, misure di prevenzione, espulsioni). Gran parte delle violenze e umiliazioni – merita sottolinearlo – avvenne a freddo (dopo o a margine degli scontri) e nei confronti di persone inermi e indifese. Fu una mattanza e, insieme, una prova generale per il futuro.

5Quel che è accaduto a Genova ha riguardatotutta la polizia e tutte le forze dell’ordine e non – come molti si sono affrettati a dire – un numero limitato di agenti, marginali e isolati. Negli atti di violenza sono stati coinvolti carabinieri, polizia di Stato, guardia di finanza e polizia penitenziaria; la “perquisizione” alla Diaz ha visto la compresenza di carabinieri (preposti al controllo esterno) e di forze di polizia provenienti da diverse città d’Italia (coordinate da funzionari di grado elevatissimo); intorno agli autori di pestaggi e sopraffazioni hanno fatto quadrato i vertici degli apparati e le prese di distanza interne sono state inesistenti. Ciò rimanda a due questioni fondamentali: le scelte della politica e la cultura delle polizie. La violenza di polizia fu una scelta politica: per dare un segnale al movimento e per esibire la propria concezione muscolare dell’ordine pubblico. La risalente consapevolezza che nulla accade in polizia senza il consenso o l’acquiescenza del Governo e del suo Ministro dell’interno ha trovato conferma a Genova nella presenza, in prefettura e in questura, di alti esponenti della politica tra cui il vicepresidente del Consiglio e, dopo i fatti, nei premi di carriera accordati al capo della polizia (diventato uno dei più potenti grands commis dello Stato) e ai funzionari coinvolti, finanche quelli condannati in sede giudiziaria per i falsi finalizzati a coprire la mattanza. E la piena sintonia tra i desiderata del Governo e le modalità adottate nella gestione dell’ordine pubblico risulta per tabulas dalla copertura che ad esse ha assicurato, nell’immediato, il Ministro dell’interno e dall’inusuale ringraziamento in cui si sono subito prodotte le rappresentanze corporative della polizia.

6. Ma le scelte della politica non sarebbero state attuate con tanta determinazione senza apparati pronti a recepirle. Genova ha dimostrato che, nonostante la sindacalizzazione e la smilitarizzazione, la polizia era caratterizzata da una cultura e da una formazione autoritarie e lontane dal modello democratico di un corpo al servizio dei cittadini. E ciò – è fondamentale sottolinearlo per cogliere appieno i termini della situazione – non, come negli anni ‘50, per ignoranza, arretratezza o marginalità sociale dei suoi appartenenti. Nel 2001 gli operatori di polizia erano professionalizzati e dotati, mediamente, di un livello culturale superiore alla media del Paese. Dei 104.000 poliziotti allora in servizio, 56.384 (il 54,2%) avevano un titolo di studio di scuola media superiore e 5.515 (il 5,3%) avevano conseguito la laurea. Non solo, ma il loro riconoscimento sociale non era mai stato così alto, tanto da renderli, in decine di film e fiction televisive, modelli positivi se non veri e propri eroi. La cultura emersa a Genova è, dunque, frutto di una formazione specifica (dimostrata anche in molte occasioni successive) come dimostra la mancanza di qualsivoglia lettura critica dell’accaduto da parte delle rappresentanze della polizia (con la sola eccezione del Silp).

7Quanto avvenuto nelle piazze e nelle caserme – e, dunque, i comportamenti dei dimostranti e quelli delle forze dell’ordine – è presto giunto al vaglio della magistratura, a cui il Governo, per bocca di suoi autorevoli esponenti, chiese immediatamente di allinearsi e di dare copertura all’operato di polizia e carabinieri. Per la magistratura, che dai tempi di piazza Fontana aveva fatto molti passi verso una reale indipendenza, la prova è stata impegnativa e con esiti contraddittori. Da un lato la sua risposta è stata rigorosa e garantista: i magistrati hanno immediatamente liberato 204 dei 253 dimostranti arrestanti dando all’impostazione della polizia la più sonora smentita della storia repubblicana; alcuni pubblici ministeri, pur in condizioni di grave isolamento, hanno perseguito senza cedimenti i vertici della polizia imputati di falsi per occultare abusi e prevaricazioni; i giudici dibattimentali hanno sanzionato con rigore le violenze di polizia giunte al dibattimento ed hanno esplicitamente riconosciuto l’arbitrarietà di alcuni interventi repressivi. D’altro lato, soprattutto (ma non solo) tra i pubblici ministeri, è emersa – si pensi alla contestazione di fattispecie sovradimensionate come la devastazione e il saccheggio, alla dilatazione delle ipotesi di concorso di persone nel reato o a un uso disinvolto dei mezzi di prova – una concezione del ruolo della magistratura come garante dell’ordine prestabilito più che dei diritti dei cittadini, concezione che avrebbe avuto poi applicazioni assai diffuse negli anni successivi, a fronte del conflitto sociale, anche da parte della magistratura “progressista”.

8Una sguardo d’assieme, anche alla luce di quanto si è detto, non lascia dubbi: Genova ha cambiato la costituzione materiale del paese, includendovi lo “stato di eccezione”, inteso come deroga alle regole ordinarie del sistema. Nella repressione delle proteste contro il G8 di Genova sono stati sdoganati una cultura, una visione del mondo, un approccio il cui nucleo forte è che la dignità e la libertà delle persone non sono valori assoluti e intangibili, che fanno capo a tutti e a ciascuno, ma semplici condizioni di fatto rimovibili, soccombenti a fronte di altri valori (veri o presunti) e, soprattutto, non riconosciute ai nemici: ai barbari, ai marginali, ai ribelli. Ci sono state, contro tale impostazione alcune reazioni significative: nel movimento, nelle piazze, tra i giuristi e anche in settori delle istituzioni. Ma non sono state sufficienti ad arginarla. Da allora l’emergenza ha giustificato tutto (o quasi): dall’uso di trattamenti inumani e degradanti a comportamenti di stampo autenticamente eversivo come la ripetuta pretesa degli apparati di sottrarsi ad ogni controllo di legalità, dall’affievolimento delle garanzie con riferimento al conflitto sociale al succedersi di “decreti sicurezza” lesivi di diritti e libertà fondamentali.

Questo è quanto è accaduto. Genova, 25 anni dopo, serve a richiamarcelo e a dirci almeno alcune cose: che la tensione verso un altro mondo possibile non ha perso attualità (ed è, anzi, l’unica via praticabile), che la necessità di alcune analisi autocritiche non toglie centralità a un movimento che si è dimostrato vitale anche dopo quel terribile luglio 2001, che l’impegno per il cambiamento sociale non può essere disgiunto da quello per lo stato di diritto e le garanzie.

Fonte: https://volerelaluna.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

EnglishItalianPortugueseSpanish