
L’essere umano è l’unico vivente che riduce in scarto i propri simili. Se dovessi condensare il senso della storia – e anche degli eventi storici che stanno accadendo – in una sola frase, sarebbe proprio questa. Non può esistere un’ecologia che si occupi dei rifiuti e degli scarti e che non consideri anche quest’eccezione umana. Lo scarto di persone come fossero resti delle cose: ciò che non serve, che scade, che disturba. Siamo diventati così sensibili allo scarto delle merci da aggiustare il nostro calendario in base alla raccolta differenziata dei comuni dove abitiamo. Anche quando andiamo in vacanza, uno dei primi pensieri di noi esseri occidentali e sensibili è di scartare consapevolmente. Se andiamo in luoghi dove gli scarti umani sono accampati ai margini dei nostri resort, l’urgenza – mi riferisco proprio a noi, occidentali, sensibili e progressisti – è di separare la plastica dall’organico. Come se l’etica dello scarto si potesse risolvere in due sfere generali a cui prestar cura. Intendiamoci, sono entrambe forme di cura ammirevoli ma – specie in questi giorni – mi pare contengano una rimozione sanguinosa.
La prima forma di cura si riferisce appunto allo “scarto delle cose”. Il progressismo è quasi ossessionato dall’idea di mimetizzare il capitalismo nella natura, eliminando gli scarti delle merci. Come se, anche risciacquato nel green e ammirato nel suo profilo più elegante da giardino verticale, il capitalismo non sia sempre la forma più sistematica e cruenta di organizzazione predatoria della natura. Nonostante gli abbellimenti e i progressi, la sua razionalità resta come quella del cacciatore: che per quanto possa romanticizzare le proprie azioni, sarà sempre in rapporto con la natura nella forma violenta dello specismo: sono io il padrone della vita e della morte e se voi vivete è solo perché riconosco la vostra bellezza e vi concedo di vivere non uccidendovi. Così fa il capitalismo progressista delle nostre raccolte differenziate: che si illude di ridurre al minimo gli scarti delle cose mentre tratta sempre la natura in se stessa come uno scarto a sua disposizione. Tutta l’ecologia progressista degli scarti è ancora in fondo convinta della superiorità degli esseri umani sulle altre specie, fino al punto di continuare a pensarsi biblicamente come “custode della natura”.
La seconda forma di cura è ancor più progressista e si riferisce agli “scarti della natura”. immagine che disturba e appartiene fortunatamente ad altre epoche, lo so. Diciamo che non appartiene all’epoca del woke. Disturba anche me, credo sia inutile scriverlo. Però l’altro giorno ho sorpreso mio figlio spiegare a un suo coetaneo che una persona con disabilità è uno “speciale”. Ecco, a me fa inorridire di più una società che considera la persona con disabilità come un essere speciale. Lo “scarto di natura” che rimane tale ma che adesso va a tutti i costi incluso: la donna cannone, l’uomo con tre gambe, la donna scimmia. Solo che siamo diventati così compassionevoli che adesso pretendiamo di non emarginarli più dentro un circo Barnum qualsiasi, ma li costringiamo a frequentare l’Università per farli diventare come noi. Come ci sentiamo bene quando proviamo questo genere di compassione! E così accade che coloro che producono scarti si indignano (giustamente) soltanto per gli scarti che non sono prodotti da nessuno. Perché questa è la verità che fingiamo di non vedere: siamo disposti a provare compassione solo per quelli la cui condizione sia tale “per natura” e che non siano “scarti della storia”. Ci scandalizziamo per la marginalità naturali mentre continuiamo senza sosta a produrre marginalità sociali. Ma, del resto, come farebbe l’essere umano ad andare avanti se si dicesse che è in grado di ridurre altri esseri umani a scarti e che dunque la responsabilità di continuare o di smettere è tutta sua? Smetterebbe la storia. Perché la storia siamo noi, come cantava qualcuno. E la storia siamo noi vuol dire purtroppo che nella storia siamo noi che produciamo gli scarti. Non abbiamo a che fare solo con gli “scarti delle cose” o con gli “scarti di natura”, ma anche con gli scarti della storia.
Pensavo a tutto questo, mentre osservavo in questi giorni la dissonanza cognitiva del progressismo occidentale: così rigido quando deve differenziare le cose e così compassionevole quando deve includere. E poi così cinico quando si tratta di scartare gli altri esseri umani. Piccolo inciso: c’è un termine più violento di “inclusione”? Temo di no e non servirebbe spiegare perché, se non fosse che se qualcuno prova a parlare di pace viene zittito scandalosamente, mentre se qualcuno dice che dobbiamo “includere” riceve gli applausi di tutti. Ecco, un’altra ottima metafora della nostra decadenza: non possiamo più parlare di pace, ma non possiamo più evitare di parlare d’inclusione. A volte – ma solo a volte, perché poi provo una tristezza infinita che si estende e diventa un peso insopportabile nel cuore – provo a comprendere gli argomenti di quelli che cercano di minimizzare o addirittura negare il genocidio di Gaza. Ecco, nel fondo delle cose, mi sembra che tutti i loro argomenti si possano condensare in questo solo: l’essere umano non può fare a meno di produrre “scarti della storia”. In questo e solo in questo consisterebbe la storia e la sua unica versione possibile: chi è forte è pienamente legittimato a produrre scarti tra persone, per evitare di diventare egli stesso scarto. Non si tratta più di distinguere tra plastica e carta, ma tra israeliani e palestinesi. I primi hanno il diritto di produrre gli scarti della storia, i secondi sono condannati ad esserlo. Tale diritto si chiamerebbe legittima difesa. Poco importa provare a spiegare che l’eccezionalità di ciò che sta accadendo è precisamente questa: che la legittima difesa finisce proprio lì dove comincia a produrre scarti, a rendere umani trattati da inumani, ad affamare i bambini, a deportare un intero popolo lontano dalla sua casa. Che non si tratta più di capire le ragioni e i torti di due contendenti, perché non ci sono più due contendenti. So bene cosa mi risponderebbero, con toni concitati: “allora sei antisemita e difendi Hamas”. Vallo a spiegare che è precisamente il contrario. Che mi oppongo strenuamente alla riduzione dell’ebraismo – che per me è la religione dell’“altro” per eccellenza – al fanatismo religioso e identitario dello Stato ebraico attuale. E che riconoscere Hamas vuol dire precisamente vederlo per quel che è: non confonderlo con tutte le vite degli altri, con donne e uomini e bambini che stanno lì.
Altro piccolo inciso: si fa presto a dire che Putin è un tiranno. Basta ricordare quell’atto criminale e spietato con cui risolse più di vent’anni fa la crisi del teatro Dubrovka. Ricordate? Per eliminare i terroristi uccise 130 innocenti presi in ostaggio. Sdegno imperituro: una prova di forza che sacrificò sull’altare della brutalità e contro ogni diritto persone che non avevano alcuna colpa e che avrebbero dovuto esser difese dallo Stato. Ma non è precisamente quello che fa Israele, solo che ormai all’ennesima potenza? Se anche Hamas usa la popolazione civile come ostaggi, Israele decide per punire i terroristi di uccidere tutti i loro ostaggi. Esattamente come Putin, solo che lui è un mostro, mentre Netanyahu un illuminato statista che guida l’unica democrazia di zona.
Certo, non è bello. Ma sono “effetti collaterali” della nostra necessità di difenderci, mi risponderebbero ancora. E io a questo punto starei in silenzio. Eccoli gli scarti della storia. Gli effetti collaterali della potenza di esseri umani in grado di fare ciò che la natura non si sognerebbe mai di fare: scartare, scacciare, sottrarre vita, torturare, uccidere. E nel mio silenzio penserei a un’ultima cosa importante. Se oggi Israele può permettersi di rivendicare pubblicamente che ci sono vite da scartare in quanto effetti collaterali è perché noi l’abbiamo permesso. Noi progressisti occidentali che, mentre celebravamo le nostre giornate della memoria per ricordare la Shoah, abbiamo accettato che a Srebrenica gli esseri umani da sopprimere fossero chiamati “pacchi da consegnare”. Che nelle guerre contro il terrorismo abbiamo difeso il diritto dell’Occidente di cercare i propri nemici al di là di ogni confine e di ogni diritto, sdoganando la nozione stessa di “effetti collaterali”. E adesso difendiamo ciò che ci sta distruggendo, perché nel fondo di noi stessi non riusciamo più a credere a nient’altro che al fatto che la vera identità dell’Occidente sia questa: non il diritto ma la forza. Non la possibilità di evitare gli scarti, ma il potere di produrli su larga scala e di trasformare tutto ciò che ci disturba in scarto della storia.
La colpa è nostra. Che per anni abbiamo letto commossi Primo Levi e con ipocrisia cerimoniosa abbiamo insegnato ai nostri figli che “è accaduto, quindi può accadere di nuovo”. Salvo poi, quando siamo noi a uccidere donne in fila per un tozzo di pane, a mirare ai testicoli di bimbi inermi e stanchi, rivendicare con disprezzo che ciò che è accaduto allora non può più accadere e dunque “non sono permessi paragoni”. Gianni Celati – evocando Benjamin – sosteneva che senza il resto, la storia è tautologia. Credo sia vero: senza i vinti, non ci sarebbero vincitori. Senza gli scarti della storia, non ci sarebbe la vanagloria tronfia dei criminali internazionali di oggi. Ma a me non suona consolante. Non mi basta narrare e ricostruire “la storia degli scarti della storia”. Non mi basta stare dalla loro parte, anche se di questi tempi è già un atto di resistenza e forse non si può fare molto altro: urlare ai progressisti occidentali che difendono il genocidio che adesso sono proprio loro gli unici esseri viventi in grado di produrre scarti tra i loro simili e di giustificarlo trionfanti. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti.
Fonte: https://volerelaluna.it/