
Quando Masara al-Sakhafi, 32 anni, ha scoperto di essere incinta, è stata presa dal panico. “Prendevo la pillola, ma da quando è iniziata la guerra non è più possibile procurarsela. Ho sofferto moltissimo durante la gravidanza. Avevo dolori forti e infezioni, mancavano vitamine e cibo”, racconta. Masara vive a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, e ha quattro figli. Il parto è stato estremamente complicato: “Le contrazioni iniziavano, ma poiché mi irrigidivo per la paura dei bombardamenti, si fermavano bruscamente”. Il suo racconto figura tra le ventuno testimonianze di madri raccolte telefonicamente a Gaza e riunite dall’ong Medici per i diritti umani in Israele (Physicians for Human Rights Israel, Phri) in un rapporto dal titolo “La maternità in tempo di guerra: fino a che punto può arrivare la sofferenza di una donna?”, pubblicato il 14 gennaio scorso.
“Un bimbo su cinque è nato prematuro o sottopeso”
Le donne palestinesi intervistate raccontano di aver partorito in condizioni infernali, senza anestesia, di essere state costrette a camminare sotto le bombe nel tentativo di trovare cure di base, di aver allattato pur essendo denutrite e di aver dovuto sopportare, malgrado la gravidanza, sfollamenti forzati, la vita sotto le tende e lutti ripetuti. Una giovane mamma di 28 anni, originaria di Beit Lahiya, nel nord di Gaza, racconta di avere enormi difficoltà a trovare cibo per la figlia. Ha quindi deciso di continuare ad allattarla, pur non riuscendo lei stessa a nutrirsi a sufficienza. Ha allora iniziato a soffrire di fortissimi dolori alle ossa e ai denti: “Riuscivo a malapena a muovermi – racconta –. Quando non si mangia abbastanza, il corpo attinge ai denti e alle ossa per produrre il latte. Ma – aggiunge – un bimbo ne ha bisogno per crescere, ha bisogno di proteine. Che le prenda da me, il mio corpo non mi interessa. La maternità è sempre una responsabilità, ma in condizioni così difficili, che dire? È oltre ogni immaginazione”. Secondo il ministero della Sanità di Gaza, nei primi sei mesi del 2025 sono state registrate nella Striscia circa 17.000 nascite, il 41% in meno rispetto allo stesso periodo del 2022. Nello stesso arco di tempo, la mortalità infantile e materna è invece aumentata drasticamente: 220 donne sono morte per complicazioni legate alla gravidanza, mentre 2.600 donne hanno subito un aborto spontaneo. Un neonato su cinque a Gaza è nato prematuro o sottopeso, secondo dati delle Nazioni Unite riportati da Phri. Lama Bakri, coordinatrice dei progetti dell’ong nei Territori occupati, punta il dito contro “il collasso del sistema sanitario e la negazione del minimo vitale necessario alla sopravvivenza”, che include, tra l’altro, le severe restrizioni imposte da Israele all’ingresso degli aiuti umanitari di base nella Striscia. Un’inchiesta della Commissione per i diritti umani dell’Onu e organizzazioni internazionali come Amnesty International accusano Israele di genocidio.
“Minacce: ci si sente incapaci o riluttanti a procreare”
Dal 7 ottobre 2023, giorno dell’attacco di Hamas contro Israele, oltre 71.000 palestinesi sono stati uccisi nell’enclave, mentre l’esercito israeliano procede alla distruzione sistematica di infrastrutture essenziali alla sopravvivenza della popolazione: ospedali, coltivazioni, abitazioni, impianti di depurazione dell’acqua. Nel suo rapporto, Phri insiste in particolare sulle conseguenze che questa situazione ha sulla salute riproduttiva delle donne palestinesi: “Un elevato numero di donne dichiara di esitare ad avere un altro figlio”. Questo dato, si legge, “riflette la gravità delle pressioni psicologiche e sociali descritte dalla Commissione d’inchiesta internazionale indipendente, tra cui i traumi, le minacce e condizioni di vita tali da indurre i membri di un gruppo a sentirsi incapaci o riluttanti a procreare”. Nel dicembre 2023 la clinica Al-Basma, il più grande centro per la fertilità di Gaza, è stata bombardata e circa 5.000 campioni riproduttivi sono andati distrutti. Nel marzo 2025, la Commissione aveva definito questo attacco come un “atto genocidario” volto “a impedire le nascite di palestinesi a Gaza”. Phri sottolinea che questa “violenza riproduttiva costituisce una violazione del diritto internazionale e, quando esercitata in modo sistematico e con un’intenzione di distruggere, rientra nella definizione di genocidio”.
78 testimoni: “mai visto Hamas all’interno degli ospedali”
Una tesi condivisa anche dalla ong Medici per i diritti umani (Phr-distinta da Phri), che in un altro rapporto pubblicato insieme all’Università di Chicago sostiene che gli attacchi contro le donne in età fertile e i neonati rientrano in “tre aspetti delle accuse di genocidio a Gaza: l’intenzione di distruggere, gli atti che causano gravi danni all’integrità fisica o mentale e l’imposizione di condizioni di vita calcolate appositamente per provocare la distruzione fisica” di una popolazione. Un ginecologo che ha lavorato nella Striscia, intervistato nel rapporto, riassume così la situazione: “Tutte le unità dedicate alla fertilità o alla procreazione medicalmente assistita a Gaza sono state smantellate. Non si tratta soltanto di eliminare degli esseri umani, ma di cancellare la stessa speranza di vita”. Il rapporto di Phr si basa su 78 testimonianze di operatori sanitari internazionali che hanno svolto missioni a Gaza. Nessuno di loro riferisce di aver visto combattenti all’interno degli ospedali o delle strutture mediche in cui hanno lavorato. Israele era pienamente in grado di valutare le conseguenze delle restrizioni imposte alla Striscia e degli attacchi al sistema sanitario: gli avvertimenti delle ong internazionali e delle Nazioni Unite sono stati numerosi. Un operatore racconta che un funzionario israeliano gli ha confiscato il latte artificiale per neonati che trasportava in valigia. Un altro riferisce che nel maggio 2025, mentre Gaza era sottoposta a un blocco totale da oltre due mesi, avevano ricevuto istruzioni precise dall’esercito israeliano, trasmesse tramite l’Organizzazione mondiale della sanità, di non trasportare latte in polvere, per essere certi di ottenere l’autorizzazione ad entrare nell’enclave palestinese. All’ospedale Kamal Adwan, l’unico a disporre di un’unità di terapia intensiva neonatale nel nord di Gaza, all’inizio del 2025, “gli incubatori erano stati ridotti in frantumi”, racconta un altro operatore sanitario. Il corpo delle donne è sottoposto a condizioni estreme, che provocano dolori fisici intensi e compromettono le capacità riproduttive. Alcune palestinesi hanno smesso di avere il ciclo mestruale a causa della fame. Durante la gravidanza soffrono di forme gravi di anemia. Altre non riescono più a produrre latte. Nessuna è risparmiata: i bombardamenti israeliani sono indiscriminati e le carenze tali che, in alcuni periodi, anche disponendo di un po’ di soldi, è impossibile nutrirsi in modo adeguato a Gaza. Un’ostetrica che lavorava nella Striscia nell’estate del 2024 ricorda l’arrivo in ospedale di una donna “in fin di vita”: “Urlava, ma il suo grido non era quello di una partoriente. Aveva appena visto morire il marito e i cinque figli in un raid aereo ed era sul punto di dare alla luce il suo sesto figlio”.
La tregua d’inverno: ma Msf resta fuori dalla Striscia
Un cessate il fuoco è stato instaurato a Gaza nell’ottobre 2025 – da allora quasi 450 palestinesi sono stati uccisi –, ma le restrizioni imposte da Israele all’ingresso degli aiuti umanitari continuano a gravare sulla popolazione. Se le bombe hanno smesso di cadere, le donne incinte restano senza cibo sufficiente e sopravvivono nei campi per sfollati in condizioni insalubri, nel pieno dell’inverno. Una situazione che, sottolineano entrambi i rapporti, è ulteriormente aggravata dalla “recente decisione del governo israeliano di vietare a trentasette organizzazioni umanitarie internazionali di operare a Gaza, nonostante il loro ruolo essenziale nel salvare vite umane e nel sostenere l’eroico personale sanitario locale”. Israele non ha rinnovato l’autorizzazione a Medici senza frontiere di lavorare nei territori palestinesi occupati: eppure, ricordava ancora la Ong, un parto su tre a Gaza avviene in una struttura ospedaliera in cui l’organizzazione è presente.
Traduzione Luana De Micco
Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/