
Tradotto per l’Associazione Svizzera-Cuba, sezione Ticino, da Elena Masera Arigoni.
(Trascrizioni stenografiche – Presidenza della Repubblica di Cuba)
Kristen Welker.- Presidente Díaz-Canel, benvenuto a Meet the Press.
Miguel M. Díaz-Canel.- Grazie mille, grazie a voi per questa opportunità e grazie per essere qui a Cuba.
Kristen Welker.- Grazie per averci invitato nel vostro bellissimo Paese, è un onore.
Miguel M. Díaz-Canel.- Per noi è un piacere avervi qui.
Kristen Welker.- Grazie, grazie mille.
Vorrei iniziare con il presidente Trump. Ha detto che ha intenzione di conquistare Cuba in qualche modo. Ha detto: «Credo di poter fare quello che voglio con Cuba». Prende sul serio le minacce di Trump?
Miguel M. Díaz-Canel.- Credo che negli ultimi giorni siano state dette molte cose, non solo dal Presidente, ma anche da altri funzionari del governo degli Stati Uniti, che denotano davvero un linguaggio, una retorica aggressiva nei confronti di Cuba.
Bisogna conoscere la storia del nostro Paese. Il nostro Paese è un Paese che ha radicate nella propria identità i valori della sovranità e dell’indipendenza. Per 150 anni Cuba ha lottato, prima per liberarsi dal colonialismo e poi dal neocolonialismo. E con la Rivoluzione Cubana, con il suo trionfo nel gennaio 1959, è stata cancellata tutta una serie di dipendenze, è stata cancellata la sottomissione, la subordinazione a una potenza straniera, e ciò ha portato una serie di conseguenze positive per il Paese, alle quali il popolo cubano non è disposto a rinunciare.
Uno dei generali più brillanti delle nostre guerre d’indipendenza, Antonio Maceo, disse: «Chiunque tenti di impadronirsi di Cuba raccoglierà solo la polvere del suo suolo intriso di sangue, se non perirà in battaglia».
Noi siamo un paese di pace. Non promuoviamo la guerra, non ci piace la guerra, favoriamo la solidarietà, la cooperazione tra i popoli, ma siamo disposti a difendere quella pace che desideriamo; pertanto, non ci lasciamo intimidire e non vogliamo essere colti né di sorpresa né dalla sconfitta. Questa è una delle interpretazioni che si possono dare a questa minaccia e qual è la posizione di Cuba.
L’altra interpretazione che si può dare è quando si dice che Cuba crollerà da sola, e cercano di etichettarci come Stato fallito o come paese destinato al collasso, cosa smentita dalla realtà: come un paese come questo, in 67 anni, ha sopportato ogni tipo di pressione, di aggressione e, per oltre sessant’anni, il blocco più lungo della storia, che è un blocco criminale, genocida. Ci sarebbe molto da dire su questi temi, ma vi dico che il popolo cubano, la Rivoluzione cubana è pronta a difendersi.
Kristen Welker.- Passiamo alla prossima domanda.
Il presidente Trump vuole trattare Cuba come ha fatto con il presidente Maduro in Venezuela, come ha fatto in Iran dove ha ucciso la Guida Suprema. Pensa che potrebbe essere arrestato o assassinato dal governo degli Stati Uniti?
Miguel M. Díaz-Canel.- È una domanda molto interessante. Non mi piace mai che si facciano parallelismi tra Cuba e altre nazioni, perché noi abbiamo una nostra storia, ci muoviamo in una situazione a noi propria, e significa anche ignorare un po’ la nostra storia, la forza della nostra unità e la forza delle nostre istituzioni.
Noi che assumiamo responsabilità all’interno della Rivoluzione abbiamo un impegno con la Rivoluzione, soprattutto con il nostro eroico popolo. E in questo senso di responsabilità è inclusa la convinzione che siamo disposti a dare la vita per la Rivoluzione, per la causa che difendiamo. Pertanto, per me questa non è una preoccupazione.
Se dovesse arrivare il momento, non credo che ci sia alcuna giustificazione per cui gli Stati Uniti possano provocare un’aggressione contro Cuba o tentare un colpo chirurgico o il rapimento di un presidente a Cuba. Se ciò dovesse accadere, ci sarà combattimento, ci sarà lotta. Ci difenderemo, e se dovremo morire, moriremo, perché come dice il nostro Inno Nazionale: “Morire per la Patria è vivere”.
Ma qui c’è un malinteso, e cioè che la direzione della Rivoluzione cubana viene sempre identificata con una singola persona. Un tempo era rappresentata dal Comandante in Capo, in un altro momento dal Generale dell’Esercito, ora cercano di attribuirla a me; in realtà noi abbiamo una direzione collettiva in cui regnano l’unità, la coesione, l’unità ideologica e la disciplina rivoluzionaria. Pertanto, eliminare una persona all’interno della struttura di direzione della Rivoluzione non risolve alcun problema; al contrario, ci sono centinaia di persone in grado di assumersi tale responsabilità e di decidere collettivamente. E siamo pronti ad affrontare qualsiasi tipo di situazione.
Kristen Welker.- Quello che dice è molto forte, ma ha paura per sé stesso, per la sua famiglia? È pronto, come dice, a compiere l’ultimo sacrificio se venisse attaccato?
Miguel M. Díaz-Canel.- Non ho paura, sono disposto a dare la vita per la Rivoluzione. Naturalmente, non vorrei che questa fosse l’atteggiamento del governo degli Stati Uniti.
Non credo che il popolo americano, che è un popolo sensibile, permetterebbe o vedrebbe di buon occhio che il suo Paese, che il suo Governo invadesse una piccola isola che non rappresenta alcuna minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti; un’isola che vuole la pace, un’isola che vuole dialogare, un’isola dove il suo popolo vuole avere un rapporto diretto con il popolo americano, che vedrebbe di buon occhio una cosa del genere.
Inoltre, quale sarebbe la giustificazione per farlo? Ma, oltre a ciò, un’aggressione contro Cuba comporterebbe dei costi: costi per entrambi i paesi in termini di perdite inutili di vite umane, che potrebbero essere evitate; comporterebbe costi materiali; comprometterebbe la sicurezza e la stabilità degli Stati Uniti, di Cuba e dell’intera regione.
Credo che occorra considerare le cose con grande responsabilità quando si prende una decisione su un evento di tale portata. E, soprattutto, prima di prendere quella decisione, che è totalmente illogica e irrazionale, esiste una logica più giusta, quella del dialogo, della discussione, del dibattito e del tentativo di raggiungere accordi che ci allontanino dallo scontro.
Kristen Welker.- Cuba si sta preparando attivamente all’eventualità di un attacco da parte degli Stati Uniti?
Miguel M. Díaz-Canel.- Vede, come ho sempre affermato in altre occasioni, in altre interviste, e anche quando ci rivolgiamo al popolo cubano, è evidente che esiste una minaccia, che traspare dalla retorica del governo degli Stati Uniti. Cuba non ha fatto nulla che possa offendere gli Stati Uniti. Cuba non ha mai pensato di aggredire gli Stati Uniti, né di immischiarsi negli affari interni degli Stati Uniti. Tuttavia, si continua a dire che Cuba sarà la prossima, che Cuba verrà aggredita, che ci sono vie d’uscita per Cuba, che conquisteranno Cuba. Pertanto, questo, dal punto di vista della responsabilità nella guida del Paese, è un allarme e dobbiamo proteggere in modo responsabile il nostro popolo, proteggere il nostro progetto, proteggere il nostro Paese. Quindi, sì, ci prepariamo alla difesa.
Ora, qual è il concetto alla base della nostra preparazione alla difesa? Abbiamo una dottrina di difesa che è totalmente difensiva, non è aggressiva, non implica un pericolo per nessuno, è semplicemente una dottrina conosciuta come Guerra di Tutto il Popolo, che è stata costruita collettivamente con l’esperienza della nostra storia, e la cui concezione e strutturazione sono state completate proprio in una fase molto dura della nostra storia in cui eravamo fortemente minacciati anche dal governo degli Stati Uniti. E si basa sulla partecipazione popolare: ogni cubana e ogni cubano ha una missione, ha uno scopo, ha un obiettivo da difendere, ha un posto e una posizione da occupare nella difesa. E ciò avviene sulla base della partecipazione popolare, della partecipazione volontaria, e, naturalmente, comprende la preparazione alla difesa di tutti i livelli e di tutti gli anelli che compongono la nostra difesa territoriale; ma è una concezione totalmente difensiva e non aggressiva. E, inoltre, perché partiamo anche da un dato di fatto: che prepararci a difenderci è il modo migliore per evitare la guerra ed è il modo migliore per preservare la pace.
Ti direi di più, credo che ciò che meritano sia il popolo statunitense che il popolo cubano, nel loro rapporto, non sia un’aggressione né un linguaggio di guerra. Ciò che meritano il popolo statunitense e il popolo cubano è la pace, una pace che ci permetta di avere un clima di fiducia, di cooperazione, di collaborazione, anche di solidarietà e, naturalmente, di comprensione.
Kristen Welker.- Ritiene che l’esercito cubano potrebbe avere la meglio in uno scontro con gli Stati Uniti, qualora dovesse verificarsi?
Miguel M. Díaz-Canel.- Quando parliamo di difesa di Cuba, parliamo delle nostre gloriose Forze Armate Rivoluzionarie, ma anche del nostro popolo, che è organizzato in diversi livelli di quella difesa territoriale. Sì, avremmo la meglio, sì, possiamo avere la meglio. Non c’è nemico che non possa essere sconfitto.
Kristen Welker.- Ma contro gli Stati Uniti, la potenza più grande del mondo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Gli Stati Uniti hanno una concezione della guerra. Il nostro concetto di difesa territoriale si basa su una guerra irregolare, asimmetrica, in cui potrebbero avere successo in un determinato momento; ma per loro sarebbe insostenibile invadere e occupare il suolo cubano, perché c’è una decisione, e quella decisione, quella convinzione, la rimando nuovamente alla frase di Maceo: raccoglierà solo la polvere del suo suolo inondato di sangue, se non perisce nella contesa. E non è uno slogan, non è una frase ad effetto. Se ora esci per strada e dici o mostri la prima parte di quella frase a un bambino, a un anziano, a un cubano, a un giovane, te la completerà immediatamente, perché è così che siamo stati educati, e questo è nei nostri sentimenti.
Le ripeto che non è quello che vogliamo. Non vogliamo una guerra, non vogliamo uno scontro. Avrebbe un costo troppo alto per tutti.
Kristen Welker.- Bene, vorrei chiederle qualcosa su questo momento straordinario.
Gli Stati Uniti hanno sospeso le forniture di carburante a Cuba, ma la Russia le ha riprese. Pensa che i russi abbiano ottenuto il permesso di aiutare Cuba? Come è andata a finire?
Miguel M. Díaz-Canel.- Credo che mai un fatto così comune, come può essere il commercio tra due paesi, sia stato seguito così da vicino dai media e dalla popolazione, in diverse parti del mondo, come l’arrivo della nave russa con il carburante, che è venuta con un’idea di aiuto umanitario. Cioè, non si è trattato di una relazione commerciale.
Credo che Cuba abbia il diritto, come qualsiasi paese, di importare petrolio. E tutti i paesi hanno anche il diritto di esportare petrolio a Cuba. Pertanto, è molto ingiusto questo blocco energetico che inasprisce ancora di più l’embargo degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. In altre parole, aver dichiarato il blocco energetico a Cuba dimostra ancora una volta che c’è tutta un’aggressione multidimensionale da parte del governo degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Con una guerra economica che dura da 67 anni, con un blocco che dura da oltre 60 anni, con un blocco che nel 2019, sotto la prima amministrazione Trump, si è inasprito, che è stato mantenuto dall’amministrazione Biden anche durante la pandemia di COVID-19, e che ora, ancora una volta, si manifesta con una pressione massima che provoca danni devastanti alla popolazione cubana a causa di quel blocco energetico.
La Federazione Russa ha potuto inviare quella nave nell’ambito di un’iniziativa di aiuto umanitario. Gli Stati Uniti hanno continuato a mantenere il blocco energetico; pertanto, non abbiamo la certezza di quando potrà entrare un’altra nave di petrolio a Cuba, quando spetta a noi il diritto di poterlo ottenere. E questa nave che è arrivata non deve far nascere false aspettative, anche se è un aiuto importante in un momento come questo, lo riconosciamo, ma copre solo un terzo del fabbisogno mensile di carburante a Cuba. In altre parole, non possiamo credere nemmeno ora che questo abbia già risolto la situazione.
Ora si tratta di un greggio che dobbiamo raffinare, che dobbiamo distribuire in tutto il Paese, e di cui destineremo una parte significativa a sfruttare una capacità di generazione elettrica di oltre 1 200 megawatt che è rimasta inutilizzata negli ultimi quattro mesi e che potrebbe migliorare la nostra situazione nell’approvvigionamento energetico, oltre che sostenere alcune attività economiche.
Kristen Welker.- Per quanto tempo potete resistere in attesa che arrivi la prossima spedizione di petrolio dalla Russia?
Miguel M. Díaz-Canel.- È una domanda estremamente interessante e bisogna rispondere in un momento molto difficile. Nessun paese al mondo può sviluppare un’economia che progredisca e prosperi senza combustibile. Ecco perché ti dico che c’è un elemento di perversità, di malvagità, quando una potenza che svolge un ruolo di aggressore sottopone a una situazione come questa una piccola nazione che viene costantemente aggredita.
Ma noi non siamo rimasti con le mani in mano. Su cosa abbiamo puntato? Abbiamo elaborato un’intera strategia e un programma di rilancio del settore energetico nel Paese: innanzitutto, puntare più sul petrolio nazionale che sulle importazioni. A Cuba abbiamo giacimenti petroliferi, non sufficienti a coprire tutte le necessità; ma possiamo e di fatto stiamo aumentando la produzione di petrolio, stiamo esplorando altri giacimenti; siamo aperti agli investimenti stranieri a Cuba nella perforazione e nell’esplorazione di pozzi petroliferi. Sarebbe anche un’opportunità per gli imprenditori statunitensi che potrebbero partecipare a Cuba con investimenti nel settore energetico. Il problema è che è il blocco a impedirlo, ma Cuba accoglierebbe le imprese statunitensi che volessero partecipare al settore energetico a Cuba, senza alcun pregiudizio. Questa è una linea.
D’altra parte, abbiamo fatto ricorso alla scienza e all’innovazione. I nostri scienziati hanno individuato e sviluppato tecnologie affinché quel greggio cubano, che è molto pesante perché ha un alto contenuto di zolfo, possa essere raffinato. Pertanto, se aumentassimo la produzione, potremmo disporre di una certa disponibilità, che non coprirebbe tutta la nostra domanda, ma una certa disponibilità, che oggi non abbiamo, con prodotti che deriverebbero dalla raffinazione di quel greggio cubano.
D’altra parte, abbiamo sviluppato un’intera strategia di transizione energetica che prevede un ricorso più intensivo alle fonti rinnovabili e, naturalmente, anche una strategia di efficienza energetica. Tutto questo, nel suo insieme, ci porterà o ci sta già portando verso una situazione diversa. È ancora complessa, richiede tempo, ma riusciremo a resistere.
Kristen Welker.- Ma cosa si può dire della forza del regime cubano in questo momento, che ha bisogno del sostegno della Russia per sopravvivere?
Miguel M. Díaz-Canel.- Noi abbiamo bisogno, prima di tutto, del nostro popolo e delle nostre capacità. Credo che la prima cosa da sottolineare sia la creatività con cui il nostro popolo ha affrontato le avversità imposte dal blocco, dal blocco inasprito e ora dal blocco energetico.
Descrivo sempre l’atteggiamento del nostro popolo, di cui sono totalmente orgoglioso, perché sta costantemente dando lezioni di resistenza, perché il suo atteggiamento è di resistenza creativa. Il popolo cubano non resiste sopportando, sopportando e in modo umiliato. Al contrario, resiste e cresce, è capace di innovare, è capace di creare, e con questo può superare le avversità. Pertanto, è il popolo, e la nostra forza sta nel nostro popolo e nell’unità che abbiamo con questo popolo.
Ora, per noi, l’aiuto della Russia, della Cina, del Vietnam, del Messico e di altri paesi è benvenuto. Anche gli Stati Uniti potrebbero adottare una visione diversa nei confronti di Cuba, che non sia quella dello scontro, dell’aggressione e del blocco, e potrebbero anch’essi aiutare Cuba.
Cosa impedisce a Cuba di svilupparsi?
Kristen Welker.- Il presidente Trump dice che questo è un paese sull’orlo del collasso.
Miguel M. Díaz-Canel.- È molto curioso, perché nelle relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, soprattutto nei momenti di tensione, si ricorre molto alle costruzioni mediatiche, alle rappresentazioni stereotipate, e addirittura, all’opinione pubblica mondiale, si impongono quasi determinate visioni. E in questo caso c’è quella del collasso.
Mi chiedo: quale paese al mondo sarebbe in grado, come ha fatto Cuba, come ha fatto il popolo cubano, di sopportare 67 anni di aggressione continua e sostenuta da parte della potenza più forte del mondo, con oltre 60 anni di embargo, con gli ultimi sei o sette anni di embargo inasprito, e ora con l’embargo energetico, senza crollare? Noi non siamo crollati, manteniamo un paese organizzato, un paese in armonia.
In 67 anni di Rivoluzione abbiamo ottenuto molti risultati in campo sociale; e a volte veniamo criticati per l’economia, ma il fatto è che abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quell’economia di guerra la nostra economia è stata in grado di resistere e di portare avanti progetti sociali. Abbiamo più di 32 progetti sociali per affrontare le vulnerabilità e le disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso al Paese di non crollare, e non crollerà!, e il Paese ha ottenuto conquiste.
Abbiamo un sistema sanitario universale, che raggiunge tutti con assistenza sanitaria gratuita per l’intera popolazione. Abbiamo un sistema educativo, dall’istruzione generale a quella universitaria, che include tutti ed è anch’esso gratuito. Abbiamo ottenuto risultati nella cultura e nello sport, siamo uno dei paesi con la migliore proporzione di medaglie olimpiche per abitante. Abbiamo sviluppato le risorse umane e disponiamo anche di un potenziale di forza lavoro qualificata e di scienziati. Abbiamo sviluppato la scienza e l’innovazione. Sono noti i progressi della biotecnologia e dell’industria biofarmaceutica cubana. Abbiamo raggiunto l’equità, la giustizia, l’uguaglianza.
Abbiamo una società in cui si respira tranquillità, una società sicura; una società che non ammette la corruzione, il traffico di droga, la criminalità organizzata; una società che è in grado di offrire solidarietà ad altri popoli grazie alle proprie potenzialità. E questo non può essere visto come un collasso.
In 67 anni di Rivoluzione abbiamo ottenuto molti risultati in campo sociale; e a volte veniamo criticati per l’economia, ma il fatto è che abbiamo dovuto affrontare un’economia di guerra, e in mezzo a quell’economia di guerra la nostra economia è stata in grado di resistere e di portare avanti progetti sociali. Abbiamo più di 32 progetti sociali per affrontare le vulnerabilità e le disuguaglianze. Sessantasette anni di Rivoluzione hanno permesso al Paese di non crollare, e non crollerà!, e il Paese ha ottenuto conquiste.
Cercano di imporci l’idea di un collasso quando, a causa di una politica aggressiva, di una politica genocida di blocco, ci costringono a vivere una situazione complessa. Stiamo vivendo una situazione complessa, il nostro popolo affronta ogni giorno difficoltà molto dure, che riguardano l’ambito nazionale, ma che possiamo estendere anche all’ambito familiare. Ma il nostro Paese non è al collasso.
Kristen Welker.- Nessuno metterebbe in discussione che il blocco o l’embargo abbiano avuto un impatto, ma parliamo un po’ della situazione qui a Cuba.
Il popolo cubano sta soffrendo, c’è carenza di energia, di cibo. Ha lei qualche responsabilità per la sofferenza che il popolo sta vivendo in questo momento? In qualità di Presidente, non si sente responsabile di questo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Vediamo, il popolo cubano sta soffrendo. E questa sofferenza, come ti dicevo, la possiamo vedere in due ambiti: in quello nazionale e in quello familiare, perché tutto fa parte della vita quotidiana.
Ora, qual è la causa fondamentale di questa sofferenza? Sono stati gli errori che io potrei aver commesso o, come ti dicevo, una leadership collettiva?
Kristen Welker.- O il Governo?
Miguel M. Díaz-Canel.- O il Governo.
O forse quella sofferenza è dovuta soprattutto alla politica di blocco inasprita, mantenuta e sostenuta dagli Stati Uniti? Credo che la risposta – e può darla il popolo, la maggioranza del nostro popolo – risieda proprio in quella politica di ostilità permanente del governo degli Stati Uniti.
Guarda, a livello nazionale: siamo un paese che dopo il 2019, quando hanno inasprito l’embargo, quando l’amministrazione del governo degli Stati Uniti ha applicato 240 misure che hanno inasprito quell’embargo e ci ha inoltre inseriti in una lista spuria, in cui accusano Cuba di essere un paese che presumibilmente sostiene il terrorismo, ci sono state tagliate tutte le fonti di finanziamento esterno.
Non riceviamo crediti da nessuna banca. C’è una persecuzione finanziaria ed energetica. A chiunque venga a fare un’operazione commerciale, finanziaria, bancaria con Cuba vengono applicate misure coercitive, vengono esercitate pressioni. Lo stesso fanno con le compagnie di navigazione, lo fanno con le agenzie petrolifere.
Hanno esercitato pressioni e adottato misure per bloccare il turismo verso Cuba. Ad esempio, un cittadino europeo dispone di un visto chiamato ESTA per visitare gli Stati Uniti; se quel cittadino europeo viene in visita a Cuba come turista, gli Stati Uniti gli revocano automaticamente il visto ESTA. Insomma, si tratta di un insieme di situazioni che non si applicano a nessun altro paese al mondo.
Ci mancano i fondi per acquistare generi alimentari; per procurarci i materiali necessari alle nostre principali produzioni e ai nostri servizi; per procurarci i medicinali di cui abbiamo bisogno; per le riparazioni che dobbiamo effettuare al nostro sistema elettrico nazionale e ai nostri impianti industriali. E come si riflette tutto questo oggi? Sulla nostra popolazione.
Kristen Welker.- Eppure il popolo cubano dice che non si può dare la colpa solo agli Stati Uniti, perché negli ultimi dieci anni l’economia è in declino. Ci sono migliaia di persone che hanno lasciato il Paese.
Miguel M. Díaz-Canel.- Ti dicevo quindi, come si vive oggi la vita familiare? C’è carenza di cibo, c’è carenza di medicinali; le albe diventano albe faticose perché, quando si trascorrono 20 ore senza energia elettrica a causa di un blocco, non per l’incapacità di un governo, a quell’ora bisogna sbrigare le faccende domestiche.
Kristen Welker.- Ma questo era prima del blocco, la gente soffriva già prima del blocco.
Miguel M. Díaz-Canel.- No, no, no, te lo spiego. C’è una confusione di prospettiva, c’è una confusione di prospettiva!
Noi vivevamo già in condizioni di blocco, ma il blocco si è inasprito e ha assunto una natura diversa nel secondo semestre del 2019 con queste 240 misure e con l’inserimento di Cuba in una lista di paesi che presumibilmente sostengono il terrorismo. Pertanto, tutto si è inasprito.
Quindi, qui c’è l’effetto che si era accumulato a causa del blocco, più l’effetto aggiunto dall’inasprimento del blocco, più l’effetto che ora si accumula e potenzia anche questo blocco energetico. Te lo dico in tutta responsabilità, non è colpa del governo cubano. Non è colpa del governo cubano!
Ha anche creato malcontento, perché vivere gli ultimi 10 anni in quelle condizioni, che sono estreme rispetto ad altri periodi… Il popolo cubano ha frustrazioni, il popolo cubano ha fastidi, il popolo cubano vive situazioni molto complesse; ma la maggior parte del popolo cubano non attribuisce la colpa al governo. C’è stata anche molta manipolazione nei media, si cerca di ignorare gli effetti che quel blocco ha avuto in tutti questi anni.
E ti illustrerò la situazione con esempi concreti, affinché tu possa renderti conto della brutalità di quel blocco e delle conseguenze che ha avuto sul popolo cubano, e, tuttavia, quale sia stata la risposta di quel Governo che presumibilmente vogliono condannare come responsabile. E mi riferirò al periodo della pandemia di COVID-19.
Quando il COVID-19, quando il COVID-19 è entrato nel nostro Paese, in un primo momento ci siamo resi conto che non avremmo avuto accesso al mercato mondiale dei vaccini, dominato dalle grandi multinazionali, e, quindi, con le restrizioni economiche che già subivamo a causa dell’impatto dell’inasprimento dell’embargo, non avevamo i fondi necessari per acquistare quei vaccini. Pertanto, per noi l’acquisto di vaccini era impossibile. Abbiamo dovuto ricorrere alla scienza cubana.
Questo Governo, condannato da alcuni, ha dedicato tutti i suoi sforzi a proteggere la vita delle cubane e dei cubani. Ci siamo rivolti ai nostri scienziati e in breve tempo essi sono stati in grado di sviluppare vaccini cubani che ci hanno permesso di ottenere uno dei migliori risultati nella lotta contro il COVID-19.
I nostri indicatori relativi alla lotta contro il COVID-19, in termini di efficienza, sono migliori di quelli degli Stati Uniti, che sono una potenza non soggetta ad alcun blocco.
In seguito abbiamo avuto una crisi a causa di un guasto nell’impianto di produzione di ossigeno medicale. Il governo degli Stati Uniti in quel momento ha negato alle aziende la possibilità di venderci ossigeno, il che è un atto assolutamente criminale, ma grazie alla solidarietà internazionale e anche a un’intera operazione organizzativa siamo riusciti a superare quel momento.
E quando abbiamo dovuto potenziare le unità di terapia intensiva, il governo degli Stati Uniti ha vietato la vendita di ventilatori polmonari a Cuba. Ci siamo rivolti a giovani scienziati e questi hanno sviluppato i ventilatori polmonari.
Ora, sai bene che per costruire un ventilatore polmonare servono parti e componenti statunitensi. L’embargo impedisce che un’apparecchiatura contenente più del 10% di componenti statunitensi possa essere venduta a Cuba. Quindi, abbiamo dovuto andare in giro in diversi posti per comprare un pezzetto, per comprare un cavo, per comprare un servomotore per ottenere quelle cose. Queste cose non sono state imposte a nessuno al mondo.
Il blocco è molto aggressivo, è davvero genocida, quindi è ingiusto; è ingiusto incolpare un governo che non ha altro che la vocazione per il proprio popolo, per dedicarsi al proprio popolo, per cercare la giustizia sociale, per trovare soluzioni – e in situazioni complesse le stiamo trovando – e incolparlo di quei mali.
Credo che il governo degli Stati Uniti dovrebbe riflettere su quanto sia stato crudele nei confronti di Cuba e del popolo cubano. E non venga a presentarsi come salvatore della situazione cubana, non ne ha il diritto, non ne ha il diritto, né ne ha l’autorità morale!
Kristen Welker.- Ma per quanto riguarda ciò che il popolo cubano sta vivendo, l’abbiamo visto con i nostri occhi, ci sono persone che soffrono per le strade dell’Avana, la capitale, non è ora che Cuba si assuma la responsabilità, che si guardi allo specchio e cambi il sistema economico di Cuba a favore delle persone che stanno soffrendo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Facciamo sempre analisi molto autocritiche delle nostre realtà e cerchiamo costantemente di trasformare, di rivoluzionare ciò che facciamo per cercare il perfezionamento, ma questo non ha nulla a che vedere con il sistema politico.
Il nostro sistema politico non è quello che accetta questa impossibilità di andare avanti. Ti ripeto che la responsabilità è del blocco imposto dal governo degli Stati Uniti. Proprio quel popolo che oggi subisce queste situazioni e di cui una parte consistente comprende chi sia il vero colpevole, è lo stesso popolo che ha approvato, in diverse consultazioni popolari e referendum, il sistema politico che noi difendiamo.
Il nostro sistema politico è al servizio delle persone, è al servizio della giustizia sociale, è al servizio del progresso di tutti. E sembra che questo dia fastidio ad altri nel mondo per ciò che potrebbe rappresentare, perché è un sistema per noi, non è un sistema che vogliamo imporre a nessuno, e quindi lo bloccano in questo modo; perché, vedi, non stiamo parlando solo di un blocco, stiamo parlando di un blocco che è insolito, è stato il più lungo nella storia dell’umanità, il più severo.
Un blocco che, inoltre, non è solo contro il popolo cubano, è contro il popolo statunitense e, inoltre, si è internazionalizzato. Gli imprenditori statunitensi non possono investire a Cuba, perché? I cittadini statunitensi non possono visitare liberamente Cuba, perché? Anche i cittadini di altri paesi, gli imprenditori di altri paesi sono soggetti a sanzioni.
Kristen Welker.- Ma voi potete commerciare con altri paesi.
Miguel M. Díaz-Canel.- Possiamo commerciare, ma con molte limitazioni, con molte limitazioni!, perché le leggi del blocco si sono internazionalizzate con l’applicazione del Titolo III della Legge Helms-Burton.
Bisogna informarsi bene, documentarsi molto, perché la narrativa dei media e quella dei social network, che promuovono l’odio e creano confusione, non sono realistiche. Credo che anche su questo dobbiamo avere uno sguardo critico. E noi continuiamo ad avere la volontà, nel nostro Governo insieme al nostro popolo, di trasformarlo e di andare avanti, anche per superare queste situazioni.
Kristen Welker.- Parliamo del futuro.
La Cina e il Vietnam hanno abbracciato il sistema monopartitico e hanno apportato dei cambiamenti. Perché Cuba non potrebbe fare lo stesso?
Miguel M. Díaz-Canel.- La Cina e il Vietnam sono paesi che costruiscono il socialismo, come Cuba.
Va detto che la Cina e il Vietnam – ho studiato a fondo le riforme di questi due paesi e le abbiamo prese come modello per Cuba – a un certo punto hanno subito anch’essi le conseguenze di misure coercitive e sanzioni da parte degli Stati Uniti e sono stati sottoposti a blocchi, che sono durati meno a lungo, circa un decennio. Una volta usciti da quei blocchi, hanno avuto allora tutte le possibilità di sviluppare le loro capacità di costruzione socialista. Hanno applicato una serie di riforme e con quelle riforme hanno dimostrato che il socialismo, con un unico partito alla guida, è praticabile e riesce a realizzare importanti sviluppi economici, sociali e tecnologici. Oggi la Cina è una potenza importante nel mondo.
Cuba è uno Stato insulare, Cuba è un paese a 90 miglia dagli Stati Uniti. Cuba è stata un paese aggredito a cui non è stato revocato il blocco, con più di sessant’anni di blocco, come ti dicevo; pertanto, non abbiamo potuto costruire ciò che abbiamo sognato né ciò che avremmo voluto essere. Abbiamo molte cose in sospeso perché il blocco lo ha impedito, anche se ci sono persone che non lo capiscono.
Inoltre, ti direi un’altra cosa, che ho apprezzato molto ora quando abbiamo fatto l’ultimo viaggio in Cina e in Vietnam. Quando si studiano i momenti di riforma e i momenti in cui Cina e Vietnam hanno potuto potenziarsi di più, sono partiti da una situazione meno favorevole in materia di infrastrutture, in materia di sviluppo, rispetto forse a quella che ha Cuba attualmente. Quindi bisognerebbe dire al governo statunitense: toglimi il blocco e vediamo come va, toglimi il blocco e vediamo come va!, vediamo se Cuba, con tutte le potenzialità che ha, se bloccata è stata in grado di ottenere conquiste, cosa non farebbe se non fosse bloccata; perché siamo stati in grado persino di dare solidarietà pur essendo bloccati.
Perché gli Stati Uniti devono spendere milioni? Se siamo così incapaci, se siamo così stupidi come vogliono farci credere, se siamo così chiusi, se siamo così poco innovativi, perché allora si sono ostinati per tanti anni a spendere milioni – milioni di dollari versati dai contribuenti, cioè dal popolo americano – per piani sovversivi, per blocchi, per schiacciare la Rivoluzione cubana? Perché non ci lasciano cadere da soli, se è quello che credono? Oppure perché non sarebbero disposti a riconoscere che Cuba senza l’embargo sarebbe in grado di raggiungere livelli di sviluppo economico e sociale di ampio impatto e dimostrare che nel mondo sono possibili altre soluzioni, che nel mondo sono possibili altri modelli?
Kristen Welker.- Parliamo del futuro. Ci sono stati colloqui tra Cuba e gli Stati Uniti. Ritiene possibile raggiungere un accordo con il presidente Trump degli Stati Uniti?
Miguel M. Díaz-Canel.- A questo proposito, credo che possiamo adottare un approccio che parta da ciò che è possibile e da ciò che è difficile.
Credo che il dialogo e gli accordi con il governo degli Stati Uniti siano possibili, ma difficili.
Dove sta la possibilità? Cuba ha sempre dimostrato, in tutti questi anni di Rivoluzione, una disponibilità storica ad intrattenere con gli Stati Uniti un rapporto civile da vicini, che ci consenta, in una serie di ambiti, di cooperare, di scambiarci idee e di avere una relazione normale. E ciò che abbiamo sempre chiesto è che tale relazione venga costruita su una base di rispetto, su una base di uguaglianza, senza imposizioni, senza condizioni; perché porre condizioni non porta al dialogo, imporre non porta alla negoziazione.
Affinché ci sia una conversazione, affinché ci sia un dialogo, affinché si possa giungere a un accordo negoziale, ci deve essere disponibilità, ci deve essere capacità di dialogare e di ascoltare da entrambe le parti, ci deve essere rispetto, ci deve essere decenza e ci deve essere riconoscimento.
Pertanto, se entrambe le parti sono d’accordo, ci sono tutte le condizioni e tutte le possibilità per avere quel dialogo. Quali sono gli elementi che rendono difficile questo dialogo? In primo luogo, in questi 67 anni la politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba è stata una politica totalmente ostile. Gli Stati Uniti hanno sempre assunto, in quanto potenza, la posizione di aggressore e Cuba ha dovuto assumere, in quanto piccola isola, la posizione di aggredita.
In diverse occasioni – e questo è un altro dei presupposti che favorisce la possibilità di un dialogo – sono stati raggiunti accordi, si sono tenuti colloqui con diverse amministrazioni degli Stati Uniti e si è giunti a dei compromessi. Cuba ha sempre rispettato i propri impegni. Gli Stati Uniti, invece, hanno disatteso molti di questi impegni.
Gli Stati Uniti, ad esempio, in questo momento hanno avviato colloqui con altri paesi e poi, nel bel mezzo di tali colloqui, li hanno aggrediti. Tutto ciò crea quindi molta sfiducia.
E sappiamo che negli Stati Uniti ci sono forze che, costantemente, ogni volta che vedono un momento in cui ci sono possibilità di conversare o di dialogare, cercano di boicottare quella negoziazione. Ma, insisto, confido nel fatto che possiamo conversare con rispetto, con decenza; nel fatto che possiamo trovare, attraverso il dialogo, una soluzione alle nostre divergenze bilaterali; nel fatto che possiamo trovare aree di cooperazione in cui sviluppare progetti.
Ci sono molti ambiti su cui possiamo lavorare: la lotta al traffico di droga, al terrorismo, le questioni migratorie e la lotta alla criminalità transnazionale. Possiamo portare avanti i negoziati e favorire gli investimenti e le attività commerciali di imprenditori statunitensi a Cuba.
Esiste una comunità cubana residente negli Stati Uniti alla quale dobbiamo anche offrire agevolazioni sia negli Stati Uniti che nel nostro Paese; un popolo statunitense che potrebbe visitare Cuba. Possiamo avere scambi culturali, sportivi e sanitari. Tutto ciò ci consentirebbe quindi di costruire spazi di comprensione, che ci allontanino dal confronto, che garantiscano la pace e la sicurezza non solo di Cuba e degli Stati Uniti, ma anche dell’area dell’America Latina e dei Caraibi. Questo è il futuro a cui aspiriamo, avere un rapporto di buon vicinato, un rapporto civile, indipendentemente dalle nostre differenze ideologiche. Credo che sarebbe un’opportunità, è ciò che meritano i nostri popoli.
Ti racconterò un aneddoto.
Kristen Welker.- Mi dicono che il tempo a nostra disposizione sta per finire.
Miguel M. Díaz-Canel.- È un peccato, è un peccato!
Kristen Welker.- Per favore, lasciateci finire con le domande.
Miguel M. Díaz-Canel.- È un peccato che il tempo a nostra disposizione stia per finire, perché avremmo molto di cui parlare. Ti propongo quindi di continuare la nostra conversazione in un altro momento.
Ma senti, ti racconterò due aneddoti.
Kristen Welker.- Va bene. Abbiamo molte altre domande. Volevo concederti il tempo e darti la risposta affinché la ascoltino sia il popolo cubano che quello degli Stati Uniti.
Miguel M. Díaz-Canel.- Sono d’accordo.
Kristen Welker.- Va bene.
Miguel M. Díaz-Canel.- Ad esempio, due aneddoti che ti danno un’idea di quanto potremmo godere entrambi i popoli se riuscissimo a raggiungere accordi e a realizzare risultati, a creare spazi che permettano tutto questo.
Un ente cubano di scienza, tecnologia e biotecnologia farmaceutica sta conducendo da anni una sperimentazione clinica con un prestigioso centro oncologico negli Stati Uniti. Una sperimentazione clinica su un vaccino cubano contro il cancro ai polmoni. E questa sperimentazione clinica dura ormai da quasi un decennio. Va detto che i risultati di questa sperimentazione clinica sono estremamente incoraggianti. Sia la parte statunitense che quella cubana nutrono un’enorme fiducia nel successo di questa sperimentazione clinica e in ciò che potrebbe rappresentare per la salute degli Stati Uniti e per la salute di Cuba.
Di recente, ogni settimana incontro alcuni scienziati cubani perché cerchiamo di affrontare, attraverso la scienza e l’innovazione, la soluzione ai problemi del Paese, e mi hanno presentato i risultati ottenuti finora da una sperimentazione clinica su un farmaco cubano, molto innovativo, per combattere l’Alzheimer. In quella sperimentazione clinica c’è una collaborazione con una clinica del Colorado, negli Stati Uniti, da dove arrivano pazienti statunitensi per ricevere il trattamento a Cuba, poi tornano negli Stati Uniti e continuano la loro terapia.
Bisogna vedere in che termini il direttore di quella clinica del Colorado parla di come i suoi pazienti siano migliorati e abbiano ottenuto risultati superiori a quelli di qualsiasi altro farmaco. Quindi, non si può privare, con una politica di blocco che risponde alle minoranze, che risponde alle élite, il rapporto che i nostri due popoli potrebbero avere. Ed è a questo che esorto: che ci sia comprensione, che ci sia sensibilità, che vediamo opportunità nel nostro rapporto e non incoraggiamo il confronto, la guerra e l’aggressione.
Kristen Welker.- Vorrei continuare a parlare del futuro dei negoziati. È fiducioso che il presidente Trump riesca a raggiungere un accordo?
Miguel M. Díaz-Canel.- Beh, se siamo in trattativa è perché speriamo di poter raggiungere un accordo. E te lo dicevo proprio per questo motivo: per arrivare a un accordo dipende dalla disponibilità delle due parti a trovare quelle aree di collaborazione e cooperazione; a costruire quegli spazi di intesa, ad affrontare la questione con sensibilità, con responsabilità e anche con molta serietà.
Kristen Welker.- Signor Presidente, è in contatto diretto con il Segretario di Stato, Marco Rubio? Ha fiducia in lui?
Miguel M. Díaz-Canel.- Eravamo in contatto e saremo in contatto, purché gli Stati Uniti siano disposti, con il rappresentante del governo degli Stati Uniti che verrà designato da quel paese per avere i colloqui con noi.
I processi di dialogo sono complessi. Sono processi in cui prima si stabiliscono i canali di dialogo; poi bisogna costruire agende che consentano di discutere e di conciliare gli interessi comuni.
Kristen Welker.- Ma ha parlato con il segretario Rubio?
Miguel M. Díaz-Canel.- No, non ho parlato con il segretario Rubio, non conosco il segretario Rubio.
Dopo aver definito gli ordini del giorno e discusso, se c’è disponibilità, si può arrivare ad accordi. Ma questi sono processi che devono essere condotti con molta sensibilità, con molta responsabilità, con molta correttezza e con molta discrezione, per non creare false aspettative, affinché le informazioni non vengano manipolate, affinché gli obiettivi non vengano manipolati. Pertanto, preferisco non fornire dettagli su questi argomenti.
Kristen Welker.- Parliamo di alcune delle richieste chiave degli Stati Uniti: il riconoscimento della libertà di stampa, la liberazione dei prigionieri politici, lo svolgimento di elezioni eque.
Miguel M. Díaz-Canel.- Al momento nessuno ci ha avanzato queste richieste, e noi abbiamo stabilito che l’ordine interno, l’ordine costituzionale cubano, il rispetto del nostro sistema politico sono temi che non sono oggetto di negoziazione né di discussione con gli Stati Uniti.
E credo che, Kristen, si debba superare tutta quella serie di concetti che circolano su questioni relative a Cuba, alla democrazia, ai diritti umani, al fatto che siamo o meno una tirannia o una dittatura, alla libertà di espressione, all’esistenza dei sindacati, in cui c’è molta manipolazione e molti pregiudizi che, a mio avviso, dobbiamo superare; ci vorrebbe molto tempo, ma ora non ne abbiamo, ma abbiamo tutti gli argomenti per dimostrare quanto siamo democratici; com’è il sistema elettorale a Cuba, che è un sistema che parte dalla base; come esercitiamo il potere insieme al popolo, come siamo difensori dei diritti umani, come non siamo una dittatura, dovrei spiegarlo in molto più tempo e ti chiedo che in un altro momento possiamo parlare di queste cose. Ma ci sono molti pregiudizi che bisogna superare ed eliminare.
Kristen Welker.- Altre due domande.
Ci sono ancora più di 1.200 prigionieri politici a Cuba. Maykel Osorbo, che è in carcere e che ha vinto due Latin Grammy.
Miguel M. Díaz-Canel.- Questo è un altro dei temi su cui aleggiano tali pregiudizi. Si parla di prigionieri politici a Cuba. A Cuba, proprio come dicevi tu, il popolo vive una situazione difficile; a Cuba non tutti sono a favore della Rivoluzione, ci sono persone che non la condividono, che ogni giorno si manifestano in modi diversi contro la Rivoluzione e non sono in prigione. Quella bolla che hanno creato, quell’immagine secondo cui a Cuba chiunque parli contro la Rivoluzione viene messo in prigione ed è un prigioniero politico, è
una menzogna, è una calunnia e fa parte di quella montatura volta a screditare, a destabilizzare, a demonizzare e ad assassinare la reputazione della Rivoluzione Cubana.
Ora, cosa succede? A Cuba, per esempio, ci sono manifestazioni, soprattutto quando ci sono lunghi blackout, quando ci sono problemi di approvvigionamento. Quando la gente manifesta, cosa fa? Si reca presso le istituzioni del nostro Governo, presso le istituzioni dello Stato, e lì dialoga con i dirigenti che li ascoltano, che danno spiegazioni e risolvono i problemi o forniscono le argomentazioni. Si tratta di un esercizio totalmente democratico e nessuno va in prigione per averlo fatto.
Ora, spesso si confonde e si incoraggiano persone che nutrono una certa avversione o un certo malcontento a promuovere atti vandalici o fatti che alterano il nostro ordine costituzionale, o che alterano anche l’ordine interno, o minacciano la tranquillità dei cittadini, spesso finanziati da organizzazioni terroristiche; spesso finanziati dai programmi delle agenzie del governo statunitense che incoraggiano la sovversione contro Cuba; spesso istruiti, addirittura, dall’Ambasciata degli Stati Uniti a Cuba. E quelle persone, quindi, non sono in carcere per aver manifestato; sono in carcere, come lo sarebbero in qualsiasi parte del mondo che rispetti la propria Costituzione e i propri processi legali, per aver commesso atti vandalici e atti che sono condannabili in qualsiasi parte del mondo. Non ci sono prigionieri politici a Cuba, te lo assicuro.
Kristen Welker.- Devo ormai concludere l’intervista. Devo farle quest’ultima domanda.
Sarebbe disposto a dimettersi pur di salvare Cuba, il popolo cubano?
Miguel M. Díaz-Canel.- Lei che è una giornalista importante e rinomata, ha mai fatto questa domanda a qualche altro presidente al mondo?
Kristen Welker.- Se glielo chiedessero gli Stati Uniti, perché è una delle condizioni che gli Stati Uniti stanno imponendo.
Miguel M. Díaz-Canel.- Ti ripeto, avresti fatto questa domanda a un altro presidente nel mondo? L’hai fatta a un altro presidente?
Potresti farla a Trump?
Kristen Welker.- Faccio domande molto difficili al presidente Trump.
Miguel M. Díaz-Canel.- È una tua domanda o è una domanda del Dipartimento di Stato o del governo degli Stati Uniti?
Kristen Welker.- La mia domanda è: perché è una delle cose che abbiamo sentito dal governo degli Stati Uniti. Se glielo chiedessero.
Miguel M. Díaz-Canel.- Data la tua sincerità, presumo che tu la faccia proprio per quelle ragioni.
In primo luogo, a Cuba le persone che sono alla guida e che ricoprono incarichi di responsabilità nel Governo non vengono elette dal Governo degli Stati Uniti né sono nominate dal Governo degli Stati Uniti. Noi siamo uno Stato sovrano, libero. Abbiamo l’autodeterminazione, abbiamo l’indipendenza e non ci sottomettiamo ad alcun disegno del Governo degli Stati Uniti.
D’altra parte, noi dirigenti cubani non siamo arrivati dove siamo perché rappresentiamo un’élite al potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, in quale famiglia sono cresciuto, cosa ho fatto nella vita. È il popolo che ci elegge, anche se c’è una corrente che cerca di ignorare questo fatto.
Chiunque di noi, per ricoprire una carica, deve essere eletto alla base, in un collegio elettorale, da migliaia di cubani, e poi i cubani che rappresentano questi altri nell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare eleggono tali cariche con voto indiretto, come avviene in altri paesi del mondo, come avviene in altri paesi del mondo! Anche noi abbiamo un sistema elettorale che si basa interamente sulla partecipazione popolare.
Pertanto, quando assumiamo una responsabilità non lo facciamo né per ambizione personale, né per ambizione corporativa, né tantomeno per una posizione di partito, perché il nostro Partito non è elettorale. Lo facciamo per mandato del popolo, e nel concetto dei rivoluzionari non c’è la resa.
Se il popolo cubano ritiene che io sia incapace, che non sia all’altezza, che non lo rappresenti, è lui che deve decidere se io debba far parte della direzione o ricoprire la carica di Presidente oppure no.
Inoltre, si ricordi che non si può concentrare la direzione del Paese, la direzione della Rivoluzione e la continuità della Rivoluzione in una sola persona. Qui c’è una direzione collegiale ed è una direzione collegiale che ha un ampio legame con quel popolo. Ma non sono gli Stati Uniti che possono imporci o chiederci un cambiamento.
Il governo degli Stati Uniti, che ha portato avanti quella politica ostile contro Cuba, non ha l’autorità morale per esigere nulla da Cuba. Non ha l’autorità morale, tra l’altro, per dire che sono preoccupati per la situazione del popolo cubano e che è il governo cubano ad aver portato Cuba in questa situazione, quando sono loro ad avere tutta quella responsabilità.
Credo che la cosa più importante sia che assumano una posizione critica, una posizione sincera, che vedano quanto sia costato al popolo cubano, in termini di sofferenza e limitazioni, ciò che hanno fatto in politica; quanto abbiano privato il popolo statunitense di un rapporto normale con Cuba e che si dispongano, come abbiamo chiesto, D’altra parte, noi dirigenti cubani non siamo arrivati dove siamo perché rappresentiamo un’élite al potere. Potresti vedere le mie origini, dove sono nato, in quale famiglia sono cresciuto,
cosa ho fatto nella vita. È il popolo che ci elegge, anche se c’è una corrente che cerca di ignorare questo fatto.
ancora una volta, ripeto, per evitare il confronto e avere un futuro per entrambi i popoli all’insegna del beneficio, delle relazioni, dell’amicizia e anche della solidarietà.
Kristen Welker.- Presidente Díaz-Canel, grazie.
Miguel M. Díaz-Canel.- Grazie mille a te, e per averci dato questa opportunità di parlare al popolo statunitense.
E siete sempre invitati a venire a parlare di altri temi e in modo più approfondito.
Kristen Welker.- Grazie.
Miguel M. Díaz-Canel.- Grazie a voi.
Kristen Welker.- Spero che potremo avere altre interviste per continuare la discussione.
Miguel M. Díaz-Canel.- Esatto, esatto.
Kristen Welker.- È un onore.
Miguel M. Díaz-Canel.- Grazie a te.
(Cubaminrex – Presidencia)