
Intervista di Vincenzo Bisbiglia
“Gli scontri di piazza di ieri hanno fornito l’assist a questo governo di fare un passo avanti verso il modello che desiderano applicare: un regime autoritario di polizia”. Marco Revelli è un politologo piemontese, saggista, scrittore e punto di riferimento da decenni della sinistra torinese. Ieri era in piazza a Torino con gli altri 50 mila che, fino al calar del buio, avevano dato vita a una manifestazione partecipata e pacifica in solidarietà allo storico centro sociale Askatasuna, sgomberato pochi giorni dopo il grave assalto alla redazione della Stampa.
Professore, anche ieri a Torino giornata dalle due facce: corteo pacifico il pomeriggio, poi guerriglia urbana dopo il tramonto. Lei era in piazza: ci racconta cosa è accaduto?
Era una giornata straordinaria, una folla straboccante, una quantità enorme di giovani mescolati a tutte le altre generazioni, la gente intorno che simpatizzava. La dimostrazione di quanto dissennata fosse stata la decisione di chiudere Askatasuna. Tutti quanti ci dicevamo: speriamo che non succeda niente alla fine, sarebbe una straordinaria vittoria.
È poi cos’è accaduto?
Si è innescato un meccanismo che è diventato orribilmente ripetitivo: il 90% della manifestazione che si svolge in modo pacifico e vincente, poi la coda velenosa quando scende la sera e diventa buio e qualche decina o poco più di persone mettono la loro firma.
Il Viminale sostiene che Askatasuna sia un problema per l’ordine pubblico. E i fatti sembrano confermarlo. Cos’è “Aska” per Torino?
È un centro sociale che ha attraversato la storia della città, punto di aggregazione del dissenso, soprattutto giovanile, che si è saldato soprattutto con la rivolta della Val di Susa portandovi un contributo importante.
I fatti recenti sembrano smentirla
Se si riferisce alla deprecabile invasione della Stampa (sarebbero bastati dieci poliziotti al cancello per evitarla) questa non è partita da Askatasuna: è da verificare se vi fossero dei rappresentanti fra di loro ma non è stata certo un’iniziativa solo loro.
La guerriglia urbana, il poliziotto a terra accerchiato e preso e martellate. Uno spot per il governo?
L’interesse politico di chi ha organizzato la manifestazione era di chiudere tutto senza scontri: sarebbe stata una vittoria schiacciante. E l’interesse del ministero dell’Interno, della maggioranza e della destra locale era che finisse come è finita. Se qualcuno poteva festeggiare alla fine, erano loro.
Intende dire che il “finale” di ieri è stato costruito?
Non voglio fare dietrologie e immaginare forme occulte di manipolazione di ciò che avviene. A chi da destra desiderava un esito di questo tipo forse bastava restare a guardare agire i 60, 70, 100 che devono dimostrare a se stessi non so bene cosa. Credo che sia stato fatto poco per evitarlo. E credo che non possano non essere sconosciuti dalle forze dell’ordine.
Secondo lei c’è un problema di prevenzione?
Sicuramente. Chi vuole questi esiti sa benissimo come si possono favorire. Però le scene che abbiamo visto quelle del poliziotto aggredito (in attesa di ricostruzioni più complete) sono comunque inaccettabili. È come si avessero preso a martellate ognuno dei 50 mila in piazza.
Cosa resta della manifestazione pacifica dei 50 mila?
Quegli episodi non cancellano il messaggio mandato da chi ha sfilato pacificamente. La piazza resta. Come il suo messaggio civile.
Il governo accelera sul nuovo decreto sicurezza. Si prevede anche uno scudo penale per i poliziotti sui reati in servizio.
Quello che hanno in cantiere è uno scimmiottare il modello americano, qualcosa che avvicina l’ordine pubblico alla pratica barbarica dell’Ice. L’idea dell’impunità preventiva delle forze di polizia è incompatibile con qualsiasi Stato di diritto, è un passo avanti verso il modello che loro desiderano di applicare, un regime autoritario di polizia nel quale chi disturba il potere viene messo a tacere. Con qualunque mezzo.
di Vincenzo Bisbiglia
Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/