C’è un momento in cui una democrazia smette di discutere il dissenso e comincia a temerlo.

Polizia

C’è un momento in cui una democrazia smette di discutere il dissenso e comincia a temerlo.

Accade quando la protesta viene raccontata prima di tutto come un problema di ordine pubblico. Quando le piazze diventano questioni di sicurezza, gli attivisti “nemici”, il conflitto un’irregolarità da espellere dal corpo sano e compatto della Nazione.

Negli ultimi mesi questa china è diventata sempre più evidente. Dai decreti sicurezza alle restrizioni sulle manifestazioni fino alle operazioni anti-maranza, il confine tra tutela dell’ordine pubblico e compressione delle libertà appare sempre più labile.

C’è un momento, dunque, in cui è bene chiedersi se la democrazia rischi di compromettere le proprie funzioni vitali. Perché il dissenso non è un guasto del sistema democratico: è uno dei suoi modi di respirare. È critica e partecipazione; è lotta e immaginazione.

Con quattro videointerviste, PUBBLICO prova a leggere questa trasformazione da prospettive diverse. Donatella Di Cesare riflette sul rapporto tra dissenso e democrazia; Tomaso Montanari analizza il significato delle recenti politiche sulla sicurezza; Giorgia Serughetti si interroga sullo spazio del dissenso femminista nello spazio pubblico; Stefano Valenti torna a Genova, venticinque anni dopo, per comprendere quanto quella stagione continui a parlare al presente.

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