Gli spaccarono il cranio a pugni, bastonate e colpi di pietra…

Gli spaccarono il cranio a pugni, bastonate e colpi di pietra, mentre stava rientrando in canonica la sera del 23 agosto 1923, dopo aver fatto visita ad alcuni ammalati. Il parrocchiano che l’accompagnava fu pestato a sangue pure lui.Questa la fine di don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta.

A ucciderlo furono due “manovali della morte” appartenenti alle squadracce fasciste che rispondevano agli ordini di Italo Balbo, ras del Ferrarese e guida delle camicie nere romagnole, oltre che componente del quadrumvirato che nel 1922 si mise alla testa della marcia su Roma.

A quell’uomo efferato e senza scrupoli, che aveva già ordinato di manganellare, purgare all’olio di ricino, umiliare e – nel caso – anche picchiare a morte quanti nei “comuni rossi” della zona osassero resistere alla marea che stava minacciosamente tingendo di nero tutto ciò che lambiva, il “don” non andava a genio.

Troppe volte, ai suoi occhi, aveva osato alzare la voce per condannare le violenze che gli erano state riferite e di cui lui stesso era stato testimone.

Non aveva taciuto nemmeno di fronte all’assassinio del sindacalista Natale Gaiba, ucciso due anni prima sempre dalle canaglie nere. Colui che certi giornali chiamano “il Matteotti cattolico”, per l’A.N.P.I. è “il prete del popolo”, mentre la Chiesa cattolica parla di lui come di “un martire dell’educazione dei giovani”.

Tante etichette insieme per un uomo che era un prete, un prete vero però, uno di quelli che, grande o piccolo che sia, si prendono a cuore le sorti del “gregge” che viene loro affidato.

Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, fu ordinato sacerdote a 24 anni e subito nominato viceparroco di Argenta, terra di braccianti agricoli. Durante la Grande guerra, come cappellano del 255° reggimento di fanteria della Brigata Veneto, si distinse per coraggio e abnegazione anche sul campo di battaglia, meritandosi la medaglia d’argento al valore.

Nel primo dopoguerra, avvicinatosi agli ambienti del Partito Popolare di don Sturzo, fondò il gruppo di scout della parrocchia di Argenta, della quale nel frattempo era diventato curato.

L’educazione dei giovani, nelle preoccupazioni di un giovane prete come lui, figurava al primo posto e, da tipo preciso ed organizzato qual era, i giovani li calamitava a sé, per lo scorno dei gerarchi del posto.

Motivo di più per fracassargli la testa, pensarono Italo Balbo e i criminali del suo stesso stampo.

Nel 2023, centenario dell’uccisione di quest’uomo mite e coraggioso insieme, il Dicastero delle cause dei Santi ha avviato il processo per la causa di beatificazione.

Chi dimentica, uccide due volte.

Testo di Anselmo Pagani

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