
Sono nato nel 1958 in Algeria, mentre mia madre correva a nascondersi dai bombardamenti francesi. Sono nato in un paese che la Francia chiamava “suo” da 132 anni, anche se mia famiglia ci viveva da millenni. Albert Camus, il grande intellettuale che amava “l’Algeria”, scriveva nello stesso anno che l’indipendenza era “una formula puramente passionale”. Lui vedeva il mare di Algeri, i colori di Tipasa, il sole del Mediterraneo. Non vedeva noi. Non voleva vedere noi. Vedeva la sua Algeria. Quella dove europei illuminati avrebbero insegnato agli “algerini” come vivere insieme, sotto la bandiera francese, naturalmente. Perché noi, si capisce, non eravamo pronti. Non avevamo strutture statali. Non avevamo un’economia autonoma. Saremmo caduti nel caos. Oggi guardo i telegiornali italiani parlare della Groenlandia. Parlano di Trump. Parlano della Danimarca. Parlano di NATO, di strategia artica, di terre rare. Non parlano degli Inuit. Esattamente come allora non parlavano di noi. Il colonizzato è sempre l’assente nella conversazione sulla sua stessa terra. Poi leggo Björk – un’islandese, che viene da un popolo che ha conosciuto il dominio danese, che ha visto la propria lingua, la propria cultura sopravvivere a secoli di ingerenza – che scrive semplicemente: “Cari groenlandesi, dichiarate l’indipendenza!” E subito arrivano gli spiegoni. Gli intellettuali italiani che ti spiegano la storia, la geopolitica, la sostenibilità economica. Ti spiegano che gli Inuit non avrebbero potuto preservare la loro lingua senza gli studiosi danesi. Ti spiegano che l’indipendenza è “romanticismo politico”. Ti spiegano che bisogna essere “realisti”. Gli stessi argomenti. Parola per parola. Come se avessero copiato dai manifesti coloniali francesi del 1958. Quello che questi spiegoni non capiscono – non possono capire, non vogliono capire – è che Björk non sta facendo un’analisi geopolitica. Sta facendo quello che noi colonizzati abbiamo sempre fatto tra di noi: riconoscerci. Vederci. Quando Björk dice “dichiarate l’indipendenza”, non sta presentando un piano economico quinquennale. Sta dicendo: “Vi vedo. So cosa significa quando qualcuno decide per voi cosa è meglio per voi. So cosa significa quando ti spiegano che la tua libertà è ‘troppo complicata’.” Il colonizzato vede il colonizzato. Noi ci vediamo attraverso i secoli, attraverso gli oceani. L’algerino vede l’Inuit. L’islandese vede il groenlandese. Il palestinese vede tutti. Ci riconosciamo nello sguardo di chi ci ha sempre detto: “Non siete pronti, non ancora, forse mai. “E poi ci sono altri italiani che scrivono “io sto con le slitte”. Come se stare “con le slitte” fosse un’opzione politica. Come se gli Inuit fossero pittoreschi accessori folcloristici e non un popolo con volontà politica. Persino la solidarietà diventa paternalismo quando viene da chi non ha mai subìto. Camus scelse sua madre contro la giustizia. Gli intellettuali italiani scelgono la “complessità” contro l’autodeterminazione. Scelgono sempre qualcosa – la stabilità, il realismo, la geopolitica – purché non sia la cosa più semplice: lasciare che i popoli decidano per sé stessi. Noi invece, noi colonizzati, sappiamo una cosa che loro non sapranno mai: che l’indipendenza non è una formula passionale. È l’unica formula. L’unica che restituisce dignità. L’unica che ti permette di svegliarti la mattina e non dover chiedere permesso per esistere nella tua stessa terra. Björk lo sa. Gli Inuit lo sanno. Il resto è solo rumore di chi ha sempre potuto decidere, che ora spiega a chi non ha mai potuto farlo perché dovrebbe continuare ad aspettare. Noi colonizzati abbiamo imparato una verità che i Camus del mondo non impareranno mai: non sei mai “pronto” per la libertà agli occhi di chi ti domina. Sei pronto solo quando smetti di chiedere il permesso e la prendi. Sono sicuro che anche i groenlandesi lo capiranno, quando verrà il loro momento. E noi, i colonizzati del mondo, saremo lì a vederli. Perché noi ci vediamo sempre. Tahar – Nato ad Algeri durante il colonialismo.
