Washington si prepara alla Guerra Mondiale?

Bandiere USA e CINA

“Possono gli Stati Uniti vincere una nuova Guerra Mondiale?” è l’inquietante titolo di un importante articolo apparso lo scorso 27 ottobre sull’edizione online di Foreign Affairs.

Non si tratta di un sito di chiacchiere catastrofiste. Foreign Affairs è la più influente rivista di geopolitica americana, sulle cui pagine hanno sempre preso forma da cento anni le politiche del governo e dell’establishment.

E l’autore Thomas Mahnken, che siede nell’attuale National Defense Strategy Commission, ha partecipato alla definizione di tutte le ultime versioni della Strategia Nazionale di Difesa statunitense.

L’articolo traccia il programma concreto e preciso della prossima guerra contro Russia e Cina, indicando le forme del riarmo necessario per affrontarla e delineandone le strategie sul teatro europeo e del Pacifico.

Mahnken prende le mosse dall’assunto che “Cina e Russia rappresentano una minaccia significativa per l’ordine globale”, che bisogna prepararsi a fronteggiare. A suo parere, però, attualmente “la pianificazione della difesa degli Stati Uniti non è commisurata alla sfida in corso”, quella di “due guerre nell’Europa orientale e nel Pacifico”.

Dunque bisogna correre ai ripari: “Gli Stati Uniti devono creare vaste riserve di munizioni, accumulare equipaggiamenti di alta qualità e inventare tecniche di battaglia creative, se sperano di vincere”. E non c’è tempo da perdere: “Washington dovrebbe iniziare ora”. Superando il principio della “guerra in un solo teatro” adottato dal 2015, deve “pensare seriamente ai contorni strategici di una guerra in più teatri”.

Guerra mondiale? Proprio così. A questo Washington deve preparare i suoi alleati: “che saranno indispensabili […] per l’esito positivo di un conflitto militare mondiale”. Dunque urge “aumentare la loro produzione militare e le loro scorte di armi e munizioni”.

Parallelamente, il riarmo americano. Mahnken spiega in dettaglio cosa fare da subito per preparare l’industria alla conflagrazione, insistendo: “il Congresso dovrà agire ora per stanziare più fondi” a questo scopo.

Ma non basta: occorre un ripensamento strategico generale. Va superata “l’attuale struttura dei comandi di teatro”, focalizzata su “conflitti locali distinti”, per approntare una nuova struttura di comando adeguata ad un conflitto globale.

E anche qui non mancano i dettagli.Piuttosto che privilegiare il teatro europeo, dove può contare sugli alleati, Washington deve dare priorità al teatro asiatico, dove “ci sono molte capacità che solo gli Stati Uniti possono mettere in campo, inclusa la deterrenza nucleare”. Dunque si pensa sul serio ad un conflitto nucleare globale?

Ebbene sì: “Questo tipo di guerra sarebbe spaventoso”, perché, “all’ombra degli arsenali nucleari cinesi, russi e statunitensi”, avverte Mahnken, “non è impossibile che la guerra possa produrre i primi attacchi nucleari al mondo dal 1945”.

Prospettive di un lontano futuro? Non pare: “Più si tracciano le linee di un conflitto tra Cina, Russia e Stati Uniti coi loro alleati, più questo inizia a somigliare alla seconda guerra mondiale. […] C’è molto nel nostro presente che ricorda la situazione internazionale del 1939”.

Se forse gli Stati Uniti possono sembrare oggi in una situazione più svantaggiata di allora, Mahnken non si perde d’animo. Si tratta solo di “mobilitare l’industria a sostegno della sicurezza nazionale”, contare sulle ottime capacità delle forze armate statunitensi, e coinvolgere in pieno le grandi potenzialità belliche degli alleati. Se il compito può apparire impegnativo, conclude Mahnken, si ricordi che “gli Stati Uniti hanno già fatto tutto questo in passato. Non c’è motivo per cui non possano rifarlo”.

Possono gli USA vincere una nuova guerra mondiale? La risposta è sì, se si prepara subito. Questo si pensa negli Stati Uniti oggi, nei centri di comando.

Angelo Baracca***

Fonte: https://www.pressenza.com/it/

***Professore ora in pensione dell’Università di Firenze. Saggista specializzato nelle tematiche legate al nucleare civile e militare e attivista pacifista e ecologista. Editorialista per Pressenza sulle questioni nucleari e sull’etica nelle scienze

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