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	<title>Sottolineature | Cuba Insieme</title>
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	<title>Sottolineature | Cuba Insieme</title>
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		<title>La corsa al riarmo, un po’ di storia per capire dove si va &#8211; Di Fausto Angelini</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2026 16:42:21 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='La corsa al riarmo, un po’ di storia per capire dove si va - Di Fausto Angelini' data-link='https://www.cubainsieme.com/fidel/la-corsa-al-riarmo-un-po-di-storia-per-capire-dove-si-va-di-fausto-angelini/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="640" height="406" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/carri-armati.jpg" alt="Carri armati" class="wp-image-8143" srcset="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/carri-armati.jpg 640w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/carri-armati-300x190.jpg 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>Partiamo da un dato di fatto: a differenza della violenza delle singole persone, la guerra, cioè la violenza organizzata degli stati, non è mai irrazionale, frutto di uno scatto emotivo di un leader magari instabile, ma è sempre il risultato di un calcolo razionale (anche quando alla prova dei fatti si rivela errato), spesso al termine di una preparazione durata anni o decenni. <strong>In un processo di riarmo è quindi possibile capire a quale guerra ci si sta preparando, contro quale </strong><em><strong>nemico</strong></em>.</p>



<p>In Italia, dopo la sbornia bellicista del fascismo e il disastro della seconda guerra mondiale, le forze armate hanno mantenuto fino agli inizi degli anni ’90 una impostazione sostanzialmente difensiva, pur all’interno della Nato, con un gran numero di coscritti con la leva obbligatoria e un armamento pensato per una guerra contro il blocco sovietico, senza velleità offensive (le poche missioni militari all’estero erano effettivamente di osservazione, con il consenso di tutti i contendenti, nell’ambito di processi di pace e sotto mandato Onu) e con un livello di spesa relativamente basso, soprattutto negli ultimi anni, quando il pericolo di guerra con l’Urss era evidentemente scomparso. Nel 1991, con la prima guerra del Golfo (e con la dissoluzione del blocco socialista) si apre invece la stagione della schiacciante superiorità militare occidentale sul resto del mondo, con guerre limitate contro paesi che non hanno la possibilità reale di difendersi. <strong>Nel 1993, con il libro bianco sul Nuovo Modello di Difesa, si mette nero su bianco che l’obiettivo delle forze armate non è più, come previsto dalla Costituzione, la difesa del paese da eventuali aggressioni, ma “la difesa degli interessi italiani, ovunque nel mondo siano minacciati”</strong>. Servono quindi forze armate più snelle, attrezzate per operare a grandi distanze dal territorio nazionale e soprattutto, il cui utilizzo non allarmi l’opinione pubblica come avviene quando sono coinvolti militari di leva.</p>



<p>Si avvia quindi un <strong>gigantesco piano di riarmo (dalle portaerei agli aerei cisterna per il rifornimento in volo, dai mezzi da sbarco agli aerei radar a mezzi specifici per ambienti particolari, desertici o paludosi) che porta la spesa militare dal minimo di 15.000 miliardi di lire (7,75 miliardi di euro) nel 1990 fino ai 29 miliardi di euro del 2008 e parallelamente si inizia la transizione a forze armate professionali</strong>, con un progressivo arruolamento di volontari, incentivati con la riserva di posti nelle forze dell’ordine e nell’amministrazione pubblica, fino alla sospensione della leva nel 2005. La partecipazione alle guerre in Afghanistan dal 2002 e in Irak dal 2003 da un lato ha confermato la maggiore utilizzabilità politica dei mercenari, le cui perdite non hanno suscitato le proteste che avevano costretto al ritiro dalla Somalia nel 1994, dall’altro però ha anche confermato la <strong>tradizionale inefficienza delle forze armate italiane</strong>, dove tra gli ufficiali prevale la corsa allo scarico di responsabilità sui sottoposti, in assenza di una guida politica seria, così come ha confermato i<strong> limiti dell’industria bellica italiana</strong> (con i blindati in cui si era dimenticata una parte della blindatura, rendendoli vulnerabili a ordigni improvvisati) e la <strong>tolleranza verso comportamenti inaccettabili</strong> (celebre una foto trapelata da un reparto della Folgore nel 1993 che immortalava una ragazza somala legata nuda e a gambe aperte sul cofano di un mezzo, con la conseguente indagine prontamente aperta dalla magistratura militare finita in un nulla di fatto). Sono gli anni in cui <strong>risorge una retorica patriottarda e militarista</strong>, in cui a ogni attacco della resistenza i militari caduti sono celebrati come eroi senza minimamente interrogarsi sul senso di guerre non certo difensive, e meno che mai sui limiti emersi nelle forze armate, ritirate poi dalle zone calde senza tanto clamore e senza più partecipare direttamente alle altre guerre intraprese dalla Nato.</p>



<p><strong>Dal 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, lo scenario cambia</strong> improvvisamente, per la prima volta da più di trent’anni un paese non facente parte dello schieramento occidentale ne aggredisce militarmente un altro, in un gesto di sfida aperta al monopolio occidentale della guerra. Da allora, <strong>il riarmo e la prospettiva della guerra sono tornati al centro del dibattito politico</strong> (ma la discussione riguarda solo le relative modalità, riarmo europeo o dei singoli stati? guerra alla Russia o alla Cina?), presentando l’Italia e l’Europa come soggetti pacifici e indifesi improvvisamente aggrediti dai cattivi da cui bisogna prepararci a difenderci. E, <strong>per quanto riguarda l’Italia, con il paradosso di aver speso negli ultimi decenni diverse centinaia di miliardi di euro</strong> (ed essersi resa odiosa agli occhi di gran parte del mondo) <strong>per trovarsi ora molto meno sicura di 35 anni fa</strong>.</p>



<p>Dall’inizio della guerra in Ucraina e poi in Medio Oriente è diventata sempre più evidente la corsa verso la guerra tra le principali potenze imperialiste del pianeta, con il corollario di riarmo e di mobilitazione dell’opinione pubblica per farla apparire se non desiderabile, quanto meno giusta e necessaria. Ed è bene essere consapevoli che la guerra che si sta preparando non sarà una guerra asimmetrica, dove i morti “nostri” si contano a decine, tutti militari professionisti, mentre dall’altra parte si contano a decine o centinaia di migliaia, in buona parte civili; <strong>sarà invece una guerra simmetrica, tra potenze all’incirca della stessa stazza</strong> (la Cina è attualmente molto meno armata di Usa, Russia ed Europa ma sta rapidamente recuperando terreno), una guerra quindi che richiede non qualche decina di migliaia di soldati che si possono arruolare volontariamente ma diversi milioni, e che, pur senza pensare a prospettive estreme (e poco probabili) come l’uso di testate nucleari, coinvolge l’intera società, assorbendone gran parte delle risorse per le necessità belliche. Per questo, mentre la propaganda coltiva l’indifferenza delle masse e il “piagnisteo da eterni innocenti”, per usare le parole di Gramsci (<em>Odio gli indifferenti</em>, la Città Futura, febbraio 1917), noi dobbiamo essere consapevoli di quanto succede e della necessità di mobilitarsi oggi (politicamente) per non essere mobilitati domani (in una trincea).</p>



<p>Fonte: https://volerelaluna.it/</p>
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		<title>C’è una parte della popolazione ucraina che l’Occidente non vuole considerare.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Sep 2026 14:32:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>C’è una parte della popolazione ucraina che l’Occidente non vuole considerare, si tratta di una parte consistente ma silenziosa e scomoda. Tra queste persone c’è “Grisha”, uno dei soldati ripresi in questo video, accompagnato dalla moglie in lacrime, la quale, nonostante le preghiere, comprende che molto probabilmente si tratta di un addio. Queste immagini di [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="577" height="815" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Detenuti.png" alt="detenuti al fronte ucraino" class="wp-image-8084" srcset="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Detenuti.png 577w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Detenuti-212x300.png 212w" sizes="(max-width: 577px) 100vw, 577px" /></figure>



<p>C’è una parte della popolazione ucraina che l’Occidente non vuole considerare, si tratta di una parte consistente ma silenziosa e scomoda. </p>



<p>Tra queste persone c’è “Grisha”, uno dei soldati ripresi in questo video, accompagnato dalla moglie in lacrime, la quale, nonostante le preghiere, comprende che molto probabilmente si tratta di un addio.</p>



<p>Queste immagini di uomini incatenati non dai russi ma dai propri connazionali, da persone con lo stesso passaporto ucraino, preoccupati che le nuove reclute possano fuggire per non finire al fronte al fine di compiacere Zelensky ed i partner europei, non vengono mostrate da coloro che ci raccontano continuamente come il popolo ucraino stia resistendo con dignità e determinazione. </p>



<p>Vittorio Rangeloni</p>



<p>Fonte: Giorgio Bianchi da FB</p>
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		<title>Non mi è mai piaciuta la parola resilienza!  Di Umberto Galimberti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 09 Sep 2026 16:48:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non mi è mai piaciuta la parola resilienza! Prelevare dalla fisica un termine (resilienza) impiegato per indicare la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi, significa trattare l’uomo alla stregua di un oggetto. Significa trascurare il fatto che l’uomo non è una cosa. Perché in lui si agitano passioni, emozioni, sentimenti, angosce, [&#8230;]</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="746" height="843" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Umberto-Galinberti.png" alt="Umberto Galimberti" class="wp-image-8078" srcset="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Umberto-Galinberti.png 746w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Umberto-Galinberti-265x300.png 265w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/Umberto-Galinberti-640x723.png 640w" sizes="(max-width: 746px) 100vw, 746px" /></figure>



<p>Non mi è mai piaciuta la parola resilienza! Prelevare dalla fisica un termine (resilienza) impiegato per indicare la capacità di un materiale di <strong>resistere agli urti senza spezzarsi</strong>, significa trattare l’uomo alla stregua di un oggetto. </p>



<p>Significa trascurare il fatto che l’uomo non è una cosa. Perché in lui si agitano passioni, emozioni, sentimenti, angosce, dolori, fantasie in quel gioco vertiginoso e incerto che è la vita! Ecco, io vorrei sapere se i resilienti sono anche capaci di comprendere chi non ce la fa, e quindi di assisterli, confortarli, aiutarli. </p>



<p>Se conoscono, oltre alla resilienza, anche l’accudimento, il soccorso, la cura. Perché solo chi conosce la propria debolezza è in grado di comprendere la debolezza altrui. Solo chi è caduto può sostenere chi sta cadendo. E sa soccorrere con parole che non siano di generico incoraggiamento, ma di autentica partecipazione, quella che i greci chiamavano compassione, nell’accezione non di compatire ma di <strong>partecipare a quel « patire»</strong> comune di cui nessuno può dirsi immune.</p>



<p>Di partecipazione abbiamo bisogno. Di socialità e non di orgoglio individuale ostentato da chi ce l’ha sempre fatta. Mettere in comune le sconfitte mi pare molto più interessante che resistere o vincere a tutti i costi. </p>



<p><strong>Confucio una volta disse: Un uomo è grande non perché non ha fallito. O perché si è rialzato. Ma perché da quel fallimento ha imparato che quella che ora vedi come una debolezza, un giorno diventerà la forza di qualcun altro. </strong></p>



<p><strong>Perché la vera forza non è sorpassare chi ti sta davanti, ma tendere la mano verso chi ti cammina dietro.</strong></p>
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		<title>«Bandiera rossa, ridiventa straccio»: perché i “poveri” non votano sinistra &#8211; Di: Italo di Sabato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 09:44:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«Bandiera rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli». Il verso di Pasolini conserva intatta la sua forza perché&#160;rovescia la retorica della bandiera: per tornare a significare qualcosa deve ridiventare povera, essere restituita alle mani di coloro per i quali era nata. È anche un modo per interrogare l’allontanamento della sinistra dai mondi popolari [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='«Bandiera rossa, ridiventa straccio»: perché i “poveri” non votano sinistra - Di: Italo di Sabato' data-link='https://www.cubainsieme.com/fidel/bandiera-rossa-ridiventa-straccio-perche-i-poveri-non-votano-sinistra-di-italo-di-sabato/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="628" height="362" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/1-geometrie-urbane.png" alt="Geometrie urbane" class="wp-image-8054" srcset="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/1-geometrie-urbane.png 628w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/09/1-geometrie-urbane-300x173.png 300w" sizes="(max-width: 628px) 100vw, 628px" /></figure>



<p>«<em>Bandiera rossa, ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli</em>». Il verso di Pasolini conserva intatta la sua forza perché&nbsp;<strong>rovescia la retorica della bandiera: per tornare a significare qualcosa deve ridiventare povera, essere restituita alle mani di coloro per i quali era nata</strong>. È anche un modo per interrogare l’allontanamento della sinistra dai mondi popolari e la sostituzione, troppo spesso, del conflitto sociale con una rappresentazione morale della società.&nbsp;<strong>Dovremmo ripartire da qui quando discutiamo del perché operai, poveri, abitanti delle periferie o persone con titoli di studio più bassi non votino più a sinistra</strong>. Spesso la risposta è già implicita nella domanda: non comprendono i propri interessi, sono manipolabili dalla propaganda, non hanno gli strumenti culturali necessari. Una spiegazione rassicurante perché attribuisce la sconfitta agli elettori anziché interrogare la politica che li ha perduti. C’è in questo atteggiamento una supponenza che è parte essenziale del problema. L’elettore che vota a destra «non ha capito», quello che non vota «fa il gioco della destra», chi esprime rabbia o sfiducia deve essere educato alla scelta corretta.&nbsp;<strong>Una sinistra che ha perduto ampi settori popolari pretende così di spiegare loro perché sbagliano a non riconoscersi più in essa</strong>. Che siano invece gli ultimi ad avere compreso qualcosa della trasformazione della sinistra viene raramente preso sul serio.</p>



<p>Istruzione e condizione sociale, del resto, non sono variabili indipendenti. Chi nasce povero, vive in un territorio deprivato e frequenta scuole impoverite dispone di opportunità formative inferiori. Combattere questa diseguaglianza dovrebbe essere una ragione storica della sinistra.&nbsp;<strong>La lotta di classe dovrebbe essere contro l’ignoranza, non contro gli ignoranti; contro la povertà, non contro i poveri</strong>. Bisogna allora rovesciare la prospettiva. Gli ultimi non si sono allontanati dalla sinistra perché improvvisamente sono diventati culturalmente arretrati. Una parte della sinistra si è allontanata dagli ultimi quando ha cessato di rappresentarne gli interessi materiali, assumendo il mercato come orizzonte invalicabile e accompagnando privatizzazioni, precarizzazione del lavoro e ridimensionamento dello Stato sociale. È cambiato anche il riferimento sociale: maggiore attenzione ai ceti urbani istruiti e relativamente protetti, minore capacità di stare dentro il lavoro manuale, le periferie, la disoccupazione e il lavoro povero.&nbsp;<strong>Una madre disoccupata che aspetta inutilmente da anni un asilo nido non ha bisogno di un dottorato per sapere che una promessa è stata tradita. Né un precario deve conoscere la storia del neoliberismo per accorgersi che il salario non basta.</strong>&nbsp;Quando arretrano scuola, sanità e welfare, chi possiede reddito può acquistare privatamente almeno una parte di ciò che perde; per chi vive nella povertà significa rinunciare. Il tradimento pesa ancora di più quando proviene da chi aveva costruito la propria legittimità politica sull’estensione dei diritti sociali.</p>



<p><strong>La destra approfitta di questa frattura senza risolverla</strong>. Propone politiche destinate ad aggravarla, ma possiede una capacità che una parte della sinistra ha perduto:&nbsp;<strong>intercetta il malessere, poi lo manipola e gli assegna un nemico</strong>. Trasforma l’insicurezza sociale in paura del migrante, la perdita di status in rancore, l’impoverimento in domanda di ordine. Offre appartenenza dove non offre redistribuzione e protezione simbolica dove non offre protezione sociale.&nbsp;<strong>Una parte della sinistra ha risposto aggiungendo alla distanza sociale una distanza morale. Il povero che vota a destra diventa arretrato, chi usa un linguaggio rozzo culturalmente inadeguato. L’astensionista viene rimproverato perché favorirebbe le destre</strong>. Ma quando l’astensione assume dimensioni di massa è un fatto politico da comprendere, non un comportamento da condannare. Se milioni di persone ritengono che nessuna delle alternative disponibili possa cambiare concretamente la loro vita, accusarle di irresponsabilità civica significa rifiutarsi di interrogare la crisi della rappresentanza.</p>



<p><strong>A questa postura si accompagna l’adesione di settori progressisti al giustizialismo e al panpenalismo</strong>. Una sinistra nata per interrogare le cause sociali della marginalità e del conflitto ha finito troppo spesso per condividere l’idea che alla complessità sociale si possa rispondere con nuovi reati, pene più severe, carcere e dispositivi di sicurezza. La cultura della trasformazione lascia così spazio a una legalità separata dalla giustizia sociale, utilizzata come criterio morale per distinguere rispettabili e devianti, meritevoli e immeritevoli. Moralismo e giustizialismo appartengono alla stessa rinuncia politica. Se non si trasformano le condizioni che producono un problema, diventa più semplice giudicare gli individui che lo incarnano.<strong>&nbsp;Se non si combatte la povertà, si colpevolizza il povero; se non si comprendono le ragioni dell’astensione, si accusa l’astensionista</strong>; se non si interviene sulle cause della marginalità, si invoca più sicurezza. Il conflitto cede il posto al processo, l’analisi dei rapporti di potere alla ricerca del colpevole, la trasformazione alla punizione.&nbsp;<strong>Una cultura che continua a definirsi progressista finisce così per condividere con la destra una parte decisiva della sua grammatica politica</strong>.</p>



<p>Questo non significa giustificare razzismo, sessismo o discriminazioni quando provengono dai ceti popolari. Significa comprendere che&nbsp;<strong>combattere un’idea reazionaria non equivale a disprezzare la persona che la esprime</strong>&nbsp;e che dietro determinate paure possono esserci contraddizioni materiali sulle quali la politica deve intervenire. L’emancipazione non nasce dalla superiorità morale di chi pretende di educare gli altri, ma dalla costruzione collettiva di condizioni differenti di esistenza. La società, intanto, è cambiata ancora. Il lavoro povero si è esteso, la sicurezza di una parte del ceto medio si è consumata, i giovani vivono una precarietà permanente. Dentro la&nbsp;<em>working class</em>&nbsp;contemporanea stanno insieme chi lavora e chi il lavoro non riesce a trovarlo, il precario, il rider, la giovane madre, il migrante, chi vive nelle aree interne e chi nelle periferie. Una composizione frantumata e spesso privata dei luoghi nei quali riconoscere come collettiva una condizione vissuta individualmente.</p>



<p>Qui ritroviamo il significato dell’invocazione pasoliniana. <strong>Far ridiventare la bandiera uno straccio non significa restaurare il Novecento, ma restituire alla politica una collocazione sociale</strong>: tornare negli asili che non ci sono, nelle scuole impoverite, negli ospedali delle liste d’attesa, nei luoghi di lavoro dove il salario non consente più di vivere, nei quartieri dove l’unica presenza visibile dello Stato è quella oppressiva delle forze dell’ordine. <strong>Non si tratta quindi di trovare parole più semplici con cui spiegare ai poveri perché dovrebbero tornare a votare a sinistra</strong>: sarebbe ancora la stessa supponenza. <strong>Bisogna ricostruire le condizioni materiali e politiche perché possano riconoscere nella partecipazione collettiva uno strumento utile alla propria vita</strong>. Finché la sinistra continuerà a chiedersi che cosa non abbiano capito gli ultimi, invece di domandarsi che cosa essa abbia smesso di capire delle loro vite, continuerà a perdere. Pasolini chiedeva alla bandiera di perdere le proprie glorie e tornare nelle mani del più povero. Forse il problema è ancora questo: non convincere il più povero a tornare sotto la nostra bandiera, ma costruire una politica per cui quella bandiera possa tornare ad appartenergli.</p>



<p>Fonte: https://volerelaluna.it/</p>
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		<title>Il monito di Fidel Castro sui rischi di autodistruzione &#8211; Di Luciano Vasapollo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Sep 2026 08:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica. Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle parole assumono il valore di [&#8230;]</p>
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<p>«La specie umana è in pericolo di estinzione». Quando Fidel Castro pronunciò questo monito, nel celebre discorso del 17 novembre 2005 nell’Aula Magna dell’Università dell’Avana, molti lo considerarono un’esagerazione retorica.</p>



<p>Oggi, davanti all’accelerazione della crisi climatica, alla devastazione degli ecosistemi, alle guerre permanenti e all’appropriazione privata delle risorse naturali, quelle parole assumono il valore di una diagnosi storica. Non si tratta di un catastrofismo astratto, ma della constatazione che il modo di produzione capitalistico ha trasformato la natura in merce e la vita stessa in variabile subordinata all’accumulazione.</p>



<p>Per comprendere questa crisi non bastano né l’ambientalismo morale né il tecnicismo economico. Occorre recuperare una visione dialettica del rapporto tra uomo, natura e scienza. È qui che Marx ed Engels restano straordinariamente attuali: la natura non è uno sfondo esterno alla storia, ma il primo terreno dell’attività umana, il luogo in cui si realizza il metabolismo tra società e ambiente.</p>



<p>La rottura di questo metabolismo – quella che John Bellamy Foster ha definito&nbsp;<em>metabolic rift</em>&nbsp;– rappresenta il cuore della contraddizione ecologica contemporanea.</p>



<p><strong>Dalla Rerum Novarum alla Querida Amazonia</strong></p>



<p>Può sembrare insolito affiancare Marx a Leone XIII, Engels a Papa Francesco e il materialismo dialettico al Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Eppure esiste un terreno comune: la critica dell’idolatria del denaro e la difesa della dignità della vita.</p>



<p>La Rerum Novarum denunciava già nel 1891 gli effetti disumanizzanti del capitale industriale e rivendicava il primato del lavoro sulla ricchezza. Querida Amazonia amplia quella prospettiva mostrando come la devastazione della foresta, l’espulsione dei popoli originari e la finanziarizzazione dei beni comuni siano aspetti di un unico paradigma tecnocratico. San Francesco, molto prima dell’economia moderna, chiamava il sole, l’acqua e la terra «fratello» e «sorella», indicando una relazione di reciprocità anziché di dominio.</p>



<p>Non è un sincretismo filosofico. È il riconoscimento che tradizioni diverse possono convergere nella critica di un sistema che considera infinita l’accumulazione in un pianeta finito.</p>



<p>Un passaggio imprescindibile riguarda poi l’enciclica *Laudato si’* di papa Francesco, che ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito internazionale il rapporto tra crisi ambientale, modello economico e responsabilità sociale. La “cura della casa comune” non può essere ridotta a una generica sensibilità ecologista: implica mettere in discussione un sistema economico fondato sulla crescita illimitata, sulla mercificazione della natura e sulla subordinazione dei beni comuni alla logica del profitto.</p>



<p>In questo senso, la riflessione proposta da Laudato si’ entra in un dialogo fecondo con la critica marxista dell’economia politica, perché riconosce che la devastazione ambientale non è un fenomeno separato dalle strutture economiche e sociali che organizzano la produzione e la distribuzione della ricchezza.</p>



<p>Questa prospettiva affonda le proprie radici anche nella tradizione marxista classica e, in particolare, nella Dialettica della natura di Friedrich Engels. La natura non viene concepita come un semplice deposito inesauribile di risorse a disposizione dell’uomo, ma come una realtà dinamica, complessa e interconnessa, nella quale ogni trasformazione produce conseguenze e contraddizioni. È proprio la separazione artificiale tra società e natura, radicalizzata dal modo di produzione capitalistico, a generare una frattura sempre più profonda.</p>



<p>Il capitale tende infatti a utilizzare la natura come se fosse gratuita e infinita, mentre scarica sulla collettività e sulle generazioni future i costi della sua distruzione. La crisi ecologica diventa così una manifestazione della stessa contraddizione tra capitale e natura.</p>



<p>Su questo terreno si colloca anche il lavoro sviluppato nella nostra riflessione sul rapporto tra capitale e natura, in particolare nel volume NOUS della nostra scuola pubblicato nel 2025 con Armadillo, che rappresenta uno dei tentativi più organici di ricostruire questo conflitto nella sua dimensione economica, sociale, ambientale e geopolitica.</p>



<p>Il punto centrale è che la crisi ecologica non può essere affrontata limitandosi a modificare i comportamenti individuali o introducendo qualche correttivo tecnologico. Occorre interrogarsi sui rapporti di produzione, sulla proprietà delle risorse, sulla distribuzione della ricchezza e sul potere esercitato dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. La questione ambientale, dunque, è inseparabile dalla questione sociale e dalla lotta contro le disuguaglianze.</p>



<p>E proprio qui torna di straordinaria attualità la lucidità politica di Fidel Castro, che già da decenni aveva avvertito del pericolo rappresentato dalla distruzione degli equilibri naturali e dalla subordinazione della sopravvivenza dell’umanità alla logica del profitto.</p>



<p>L’allarme lanciato da Fidel sulla possibilità che la specie umana stessa venga messa in pericolo non era una profezia astratta, ma il risultato di una lettura concreta delle conseguenze di un modello di sviluppo fondato sul consumo illimitato delle risorse, sulla guerra e sulla concentrazione della ricchezza.</p>



<p>Come è stato recentemente ricordato anche nell’articolo (<em>Fidel lo avizoró: La especie humana está en peligro de extinción</em>&nbsp;23 de agosto de 2026 Hedelberto López Blanch / Colaboración Especial para Resumen Latinoamericano)&nbsp; dedicato a questa sua intuizione, la questione ecologica assume oggi una dimensione ancora più drammatica: difendere la natura significa difendere le condizioni materiali della vita e, quindi, la possibilità stessa di un futuro per l’umanità.</p>



<p>In questa prospettiva, Marx, Engels, Papa Francesco e Fidel Castro, pur provenendo da esperienze storiche, culturali e politiche profondamente differenti, possono essere messi in dialogo intorno a una stessa domanda fondamentale: quale rapporto vogliamo costruire tra l’umanità e la natura?</p>



<p>La risposta non può essere affidata alle sole dinamiche del mercato. Se la natura viene trattata come merce, anche la vita umana finisce per essere subordinata alla valorizzazione del capitale. Per questo la battaglia ecologica è oggi, necessariamente, una battaglia per la giustizia sociale, per la pace, per i beni comuni e per la sopravvivenza della specie umana.</p>



<p><strong>La dialettica della natura</strong></p>



<p>Marx liberò la dialettica hegeliana dalla sua dimensione mistica senza rinunciare alla scoperta fondamentale di Hegel: la realtà è attraversata dalla contraddizione. La storia non procede per armonia, ma attraverso antagonismi concreti. L’origine della storia, infatti, non coincide semplicemente con la società civile; essa nasce dal processo di umanizzazione della natura, dalla trasformazione reciproca tra essere umano e ambiente.</p>



<p>Engels sviluppò questa intuizione nella Dialettica della natura, mostrando come anche i processi naturali siano caratterizzati da movimento, trasformazione e interdipendenza. Più tardi Ludovico Geymonat avrebbe difeso una concezione della scienza come pratica storica, critica e materialista, mentre Maria Turchetto ha evidenziato come l’ecologia marxiana anticipi molte delle questioni poste oggi dall’economia ambientale.</p>



<p>La scienza, dunque, non è neutrale. Può essere strumento di emancipazione oppure apparato tecnico del capitale. L’intelligenza artificiale, la robotica e le piattaforme digitali rappresentano l’esempio più evidente: tecnologie capaci di ridurre la fatica umana vengono invece utilizzate per intensificare lo sfruttamento, sorvegliare il lavoro e concentrare ricchezza.</p>



<p><strong>I dati confermano la teoria</strong></p>



<p>Negli ultimi tre anni gli indicatori internazionali descrivono una tendenza inequivocabile. Il 2024 e il 2025 sono stati gli anni più caldi mai registrati; la concentrazione atmosferica di CO₂ ha superato stabilmente le 425 parti per milione; gli eventi climatici estremi producono perdite economiche superiori ai 300 miliardi di dollari annui, mentre la quota di reddito destinata al lavoro continua a diminuire nella maggior parte delle economie europee.</p>



<p>Questi dati non dimostrano soltanto una crisi ambientale. Rivelano una crisi del modello di valorizzazione. L’aumento della produttività non si traduce in maggiore benessere collettivo ma in crescita dei profitti finanziari, mentre il costo ecologico viene scaricato sulla società.</p>



<p>La contabilità nazionale tradizionale continua a registrare come crescita perfino attività che derivano dalla distruzione: bonifiche dopo alluvioni, ricostruzioni dopo incendi, spese militari e consumo accelerato di risorse contribuiscono positivamente al PIL. La teoria del valore di Marx permette invece di distinguere tra produzione di valore sociale e semplice accumulazione monetaria, mostrando i limiti strutturali degli indicatori dominanti.</p>



<p><strong>Plusvalore, profitto e crisi</strong></p>



<p>L’economia politica marxista conserva un potente valore interpretativo perché consente di leggere insieme le dinamiche del lavoro e quelle della natura. Negli ultimi anni le stime elaborate da diversi studiosi marxisti anglosassoni e asiatici indicano una tendenza alla compressione salariale accompagnata da un recupero dei margini di profitto attraverso tre strumenti principali: precarizzazione del lavoro, privatizzazione dei servizi pubblici e appropriazione delle risorse naturali.</p>



<p>In Europa il capitale reagisce alla caduta tendenziale della redditività mediante ristrutturazioni industriali, delocalizzazioni e automazione. In America Latina la questione assume forme differenti: l’estrattivismo continua a rappresentare un terreno di conflitto tra sovranità nazionale e interessi multinazionali.</p>



<p>Anche le esperienze dei paesi socialisti o a pianificazione economica – Cuba, Cina e Vietnam e fino a gennaio il Venezuela – mostrano contraddizioni reali.</p>



<p>Nessun modello è immune da difficoltà. Le crisi economiche nel socialismo esistono, ma hanno natura diversa da quelle del capitalismo perché non derivano necessariamente dall’anarchia del mercato, bensì dai limiti della pianificazione, dagli effetti del blocco economico, dalle sanzioni e dall’inserimento diseguale nell’economia mondiale. Analizzarle scientificamente significa sottrarsi tanto alla propaganda quanto all’idealizzazione.</p>



<p><strong>Il movimento operaio e la questione ambientale</strong></p>



<p>La grande stagione dei movimenti degli anni Sessanta e Settanta in Italia non fu soltanto una lotta per il salario. Fu una battaglia per la salute nelle fabbriche, contro la nocività, per il diritto alla casa, alla scuola e ai beni comuni. Da Porto Marghera a Taranto, dalle lotte degli studenti alle mobilitazioni territoriali, emergeva già il nesso tra sfruttamento del lavoro e devastazione ambientale.</p>



<p>Con l’avvento del neoliberismo negli anni Ottanta quel conflitto è stato progressivamente frammentato. La finanziarizzazione ha separato artificialmente la questione sociale da quella ecologica, contrapponendo occupazione e ambiente. Negli ultimi dieci anni questa contraddizione è esplosa nuovamente in Europa: la transizione verde viene spesso utilizzata come occasione di nuove rendite, mentre i costi ricadono sui lavoratori e sulle periferie.</p>



<p>Non esiste giustizia climatica senza giustizia sociale. Né esiste conversione ecologica se il controllo delle tecnologie e dell’energia rimane nelle mani dei grandi monopoli.</p>



<p><strong>La scienza della liberazione</strong></p>



<p>Il materialismo dialettico non propone un culto della tecnica né un ritorno romantico alla natura. Propone una scienza moderna capace di comprendere le contraddizioni reali e di orientare democraticamente lo sviluppo delle forze produttive. Significa utilizzare anche l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, ma sottraendole alla logica della massimizzazione del profitto.</p>



<p>La domanda decisiva non è se l’IA sostituirà il lavoro umano. La domanda è: chi possiede gli algoritmi, i dati, l’energia e i mezzi di produzione digitale? Finché la risposta sarà il capitale finanziario, ogni innovazione rischierà di approfondire il conflitto capitale-lavoro e capitale-natura.</p>



<p><strong>Una nuova alleanza per la vita</strong></p>



<p>Il messaggio di Fidel, la critica marxiana dell’economia politica, il Cantico delle Creature e Querida Amazonia convergono in un punto essenziale: l’umanità non può sopravvivere separandosi dalla natura. La liberazione umana coincide con la ricomposizione del metabolismo tra società e ambiente, tra lavoro e vita, tra scienza e bene comune.</p>



<p>L’estinzione non è un destino biologico inevitabile. È una possibilità storica prodotta da un modello economico che sacrifica il futuro alla redditività immediata. Proprio per questo può essere evitata. Ma richiede una trasformazione radicale: un nuovo internazionalismo dei lavoratori, degli studenti, dei movimenti sociali e dei popoli che rimetta al centro la pianificazione democratica, la proprietà sociale dei beni comuni e una scienza finalmente orientata all’emancipazione.</p>



<p>Perché, come insegnava Marx, la storia comincia davvero quando l’umanità smette di essere dominata dalle proprie stesse creazioni e riconquista la libertà nella relazione con la natura.</p>



<p>Fonte: https://contropiano.org/</p>
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		<title>Dentro l’Apocalisse &#8211; Di Guido Viale**</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 14:51:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dal “tetto del mondo” si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise, che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style='display:none;' class='shareaholic-canvas' data-app='share_buttons' data-title='Dentro l’Apocalisse - Di Guido Viale**' data-link='https://www.cubainsieme.com/fidel/dentro-lapocalisse-di-guido-viale/' data-app-id-name='category_above_content'></div>
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="800" height="533" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/scioglimento-dei-ghiacciai.jpg" alt="scioglimento dei ghiacciai" class="wp-image-8004" srcset="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/scioglimento-dei-ghiacciai.jpg 800w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/scioglimento-dei-ghiacciai-300x200.jpg 300w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/scioglimento-dei-ghiacciai-768x512.jpg 768w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/scioglimento-dei-ghiacciai-640x426.jpg 640w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>Dal “tetto del mondo” si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise, che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri Paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati, ma in molti non li hanno voluti ascoltare e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta, troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli!</p>



<p>Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo! – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 % del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso?</p>



<p>Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi su questi argomenti nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri.</p>



<p>Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale.</p>



<p>E’ difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo e a riprendere, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. E’ chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace.</p>



<p>Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema, ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere.</p>



<p>I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. E’ in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignleft size-large"><img loading="lazy" width="175" height="200" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Guido-Viale.jpg" alt="" class="wp-image-8003"/></figure></div>



<p><strong>** </strong><em>Guido Viale è nato a Tokyo nel 1943 e vive a Milano. Ha partecipato al movimento degli studenti del ‘68 a Torino e militato nel gruppo Lotta Continua fino al 1976. Si è laureato in filosofia all’università di Torino. Ha lavorato come insegnante, precettore, traduttore, giornalista, ricercatore e consulente. Ha svolto studi e ricerche economiche con diverse società e lavorato a progetti di cooperazione in Asia, Africa, Medioriente e America Latina. Ha fatto parte del comitato tecnico scientifico dell’ANPA (oggi ISPRA). Tra le sue pubblicazioni: Un mondo usa e getta, Tutti in taxi, A casa, Governare i rifiuti, Vita e morte dell’automobile, Virtù che cambiano il mondo. Con le edizioni NdA Press di Rimini ha pubblicato: Prove di un mondo diverso, La conversione ecologica, Si può fare e Rifondare l’Europa insieme a profughi e migranti. Con Interno4 edizioni ha pubblicato nel 2017, Slessico Familiare, parole usurate prospettive aperte, un repertorio per i tempi a venire. Sempre con Interno4 Edizioni nel 2018 ha pubblicato l’edizione definitiva e aggiornata del suo importante libro sul ‘68.</em></p>
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		<title>L’Evangelo della strada contro le ragioni del potere e della gerarchia.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 30 Aug 2026 14:30:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Solidarietà delle Comunità Cristiane di Base italiane a don Massimo Biancalani e alla comunità di accoglienza di Vicofaro e Ramini dopo la decisione del Vaticano e l’attacco politico. La storia di Vicofaro (Pistoia) negli ultimi dieci anni ha rappresentato una delle esperienze più luminose e scomode della Chiesa italiana contemporanea: di fronte alla progressiva distruzione [&#8230;]</p>
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<p>Solidarietà delle Comunità Cristiane di Base italiane a don Massimo Biancalani e alla comunità di accoglienza di Vicofaro e Ramini dopo la decisione del Vaticano e l’attacco politico.</p>



<p>La storia di Vicofaro (Pistoia) negli ultimi dieci anni ha rappresentato una delle esperienze più luminose e scomode della Chiesa italiana contemporanea: di fronte alla progressiva distruzione del sistema pubblico di accoglienza, all’inaspri-mento delle norme sull’immigrazione e all’abbandono di centinaia migranti per strada, don Massimo Biancalani ha scelto di applicare senza mediazioni la parola dell’Evangelo: «Ero straniero e mi avete accolto» (Matteo 25,35).</p>



<p>La parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro ha spalancato la chiesa, la canonica e i locali parrocchiali per trasformarli in una casa comune. Un’esperienza di accoglienza radicale che ha ridato dignità a centinaia di ragazzi invisibili, ma che ha simultaneamente scatenato un feroce assedio mediatico, politico e istituzionale, culminato con lo sgombero della struttura da parte delle forze dell’ordine e nella decisione definitiva del Dicastero per il Clero della Santa Sede di respingere il ricorso canonico di don Massimo, confermando la sua rimozione dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini.</p>



<p>Dopo anni in cui l’accoglienza di don Massimo a Vicofaro è stata criminalizzata come degrado dalla propaganda xenofoba, le recenti esultanze di esponenti della maggioranza di governo per la decisione del Vaticano mostrano la miseria morale di certa “cattiva politica” che costruisce consenso sulla discriminazione, dove festeggiare la punizione del sacerdote significa applaudire all’abbandono dei poveri e alla sconfitta della Costituzione e dei diritti umani.</p>



<p>Da parte sua la gerarchia – dall’ex vescovo diocesano Tardelli al nuovo vescovo Mascagna sino alla Curia romana – ha scelto di dare ascolto alla logica del sospetto, al malcontento dei «parrocchiani tranquilli» preoccupati dal «calo dei sacramenti» e dalla presenza di giovani stranieri.</p>



<p>Mentre a parole si invoca la «Chiesa sinodale», la «Chiesa in uscita» e l’attenzione alle «periferie umane», nei fatti ancora una volta la gerarchia censura e rimuove chi quelle periferie le ha portate nel cuore stesso della comunità ecclesiale: quando la carità diventa profezia che disturba il potere costituito, il diritto canonico viene trasformato in uno strumento di normalizzazione e di disciplina.</p>



<p>Quando la Parola di Dio viene calata nella vita degli ultimi, il luogo sacro cambia natura: a Vicofaro la liturgia si è fatta condivisione del pane e del giaciglio con i migranti. Quando una comunità locale non si limita ad obbedire alle direttive episcopali, ma decide autonomamente di farsi casa delle ultime e degli ultimi, la gerarchia vede questa autonomia come una minaccia da reprimere.</p>



<p>L’istituzione ecclesiastica punisce don Massimo perché ha preferito stare con gli ultimi rispetto alla sacralità burocratica dei paramenti; ha scelto di “allargare” i registri parrocchiali e mettere i beni ecclesiastici al servizio di chi ne ha davvero bisogno, mentre il problema “casa e abitare” esplode per inadempienze del potere politico. Vicofaro mette a nudo lo storico compromesso tra il potere ecclesiastico e il potere politico: di fronte a leggi disumane e xenofobe, don</p>



<p>Massimo ha praticato la disobbedienza evangelica, ricordandoci che la fedeltà al Vangelo richiede spesso di “andare contro” il Codice di Diritto Canonico e i decreti di governo.</p>



<p>Come Comunità Cristiane di Base Italiane abbracciamo don Massimo, le volontarie e i volontari e la comunità dei migranti di Vicofaro e di Ramini, riconoscendo in loro la parte migliore della chiesa e della società civile, capace di resistere all’odio istituzionalizzato e alla solitudine del rifiuto.</p>



<p>Nessun atto amministrativo della Curia o blitz di polizia potrà cancellare la verità storica e teologica di ciò che è stato realizzato: l’esperienza di Vicofaro vive nella coscienza di chi vi ha partecipato e continua ovunque ci si opponga all’oppressione dei migranti.</p>



<p>Rivolgiamo un appello a tutta la rete del laicato critico, ai movimenti di base, al mondo dell’associazionismo e alla società civile affinché non si consumi nell’indifferenza l’ennesimo atto di normalizzazione clericale e politica. Invitiamo tutte le comunità e i gruppi di base a moltiplicare i luoghi di accoglienza e di resistenza, continuando a denunciare l’alleanza tra la “cattiva politica” e silenzi ecclesiastici.</p>



<p>Le Comunità Cristiane di Base italiane – 22 agosto.</p>



<p><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/anche-il-vaticano-contro-don-massimo-biancalani-e-i-migranti/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’articolo originale può essere letto qui</a></p>
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		<title>In ricordo di Enzo Baldoni, chi racconterà ciò che ancora non sappiamo? Di Davide Colella</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 14:43:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ventidue anni dopo la morte del cronista ucciso in Iraq, guerre dimenticate e pressioni sui giornalisti rendono ancora più attuale la sua idea di informazione. Il 26 agosto 2004&#160;Enzo Baldoni veniva ucciso in Iraq. Ricordarlo ventidue anni dopo&#160;significa guardare più lontano da quella strada tra Baghdad e Najaf sulla quale venne rapito mentre era alla [&#8230;]</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="650" src="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Enzo-Baldoni-1-1024x650.png" alt="Enzo Baldoni" class="wp-image-7990" srcset="https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Enzo-Baldoni-1-1024x650.png 1024w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Enzo-Baldoni-1-300x190.png 300w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Enzo-Baldoni-1-768x487.png 768w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Enzo-Baldoni-1-640x406.png 640w, https://www.cubainsieme.com/wp-content/uploads/2026/08/Enzo-Baldoni-1.png 1053w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p><strong><em>Ventidue anni dopo la morte del cronista ucciso in Iraq, guerre dimenticate e pressioni sui giornalisti rendono ancora più attuale la sua idea di informazione</em></strong>.</p>



<p>Il 26 agosto 2004&nbsp;<strong>Enzo Baldoni veniva ucciso in Iraq</strong>. Ricordarlo ventidue anni dopo&nbsp;significa guardare più lontano da quella strada tra Baghdad e Najaf sulla quale venne rapito mentre era alla testa di un convoglio di aiuti umanitari per la popolazione irachena.<ins></ins></p>



<p>Oggi, forse più di ieri, è necessario interrogarsi su un mondo nel quale<strong>&nbsp;i giornalisti continuano a morire svolgendo la loro professione</strong>, a essere minacciati per le inchieste che conducono, ad affrontare querele, censure e intimidazioni da parte di chi esercita il potere, con l’obiettivo di spegnere le luci su ciò che accade affinché non rimanga più nessuno disposto, o nelle condizioni, di ascoltare, verificare, raccontare.</p>



<p>E quando un territorio diventa inaccessibile ai reporter, quando le comunicazioni vengono interrotte, quando i giornalisti locali vengono arrestati, minacciati o uccisi, non scompare soltanto una notizia. Si restringe la possibilità stessa di&nbsp;<strong>costruire un racconto indipendente&nbsp;</strong>di ciò che accade.<ins></ins></p>



<h3>Leggi anche</h3>



<h3><a href="https://www.collettiva.it/copertine/culture/chi-si-ricorda-di-enzo-baldoni-ufa7bg33">Chi si ricorda di Enzo Baldoni?</a></h3>



<p>Davide Colella</p>



<h2>Le guerre che non vediamo</h2>



<p>Ci sono guerre che entrano ogni giorno nelle nostre case e&nbsp;<strong>guerre&nbsp;che restano ai margini della nostra coscienza</strong>. Non perché siano meno feroci, ma perché hanno meno possibilità di produrre immagini, testimonianze, attenzione internazionale, clic. Vale soprattutto per quelle storie che non si prestano a resoconti semplificati, che non indicano con chiarezza i buoni e i cattivi, come nelle fiabe che la sera leggiamo ai nostri figli, come nei post che&nbsp;scorriamo sui social.</p>



<p><strong>Gaza</strong>, <strong>Libano</strong>, <strong>Siria</strong>, <strong>Sudan</strong>, <strong>Myanmar</strong>, <strong>Yemen</strong>, <strong>Sahel</strong>, <strong>Somalia</strong>, <strong>Etiopia</strong>, <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong>: un elenco asfittico di conflitti e crisi che possono occupare per qualche giorno le cronache prima di scomparire dal nostro orizzonte. È una delle contraddizioni del nostro tempo. <strong>Abbiamo a disposizione più strumenti che mai </strong>per conoscere in tempo reale cosa succede dall’altra parte del mondo, ma questo non significa necessariamente capire ciò che accade. In alcuni luoghi le informazioni languono, in altri corrono velocissime, dove esistono accesso, interesse politico e attenzione del pubblico.</p>



<p>Informazioni che vanno però&nbsp;<strong>vagliate, verificate, scremate dalla propaganda</strong>&nbsp;e dalle falsità costruite anche attraverso l’intelligenza artificiale con il preciso obiettivo di manipolare un’opinione pubblica già sommersa da un flusso incessante di contenuti fuorvianti.</p>



<h2>Quando muore un giornalista</h2>



<p>Nel 2025 il&nbsp;<strong>Committee to Protect Journalists</strong>&nbsp;ha registrato 129 giornalisti e operatori dei media uccisi nel mondo: il numero più alto dall’inizio delle sue rilevazioni, avviate nel 1992. La maggior parte delle vittime è stata registrata in aree di conflitto, con Gaza al centro di una parte drammatica del bilancio. Ma dietro quel numero c’è qualcosa che le statistiche non riescono a cogliere fino in fondo.</p>



<p>Quando muore un giornalista&nbsp;<strong>non scompare soltanto una persona</strong>. Scompare una fonte, una rete di relazioni, una conoscenza del territorio, una memoria. Scompare qualcuno che sapeva a chi telefonare, dove andare, quale storia verificare, quale voce ascoltare.</p>



<p><strong>La morte di un cronista restringe il nostro campo visivo sul mondo</strong>. E quando a morire sono i cronisti residenti, quelli che continuano a lavorare anche quando gli inviati stranieri non possono entrare, il vuoto può diventare ancora più grande.</p>



<p>A Gaza questo meccanismo è stato reso evidente in modo drammatico: il conflitto ha prodotto&nbsp;<strong>uno dei bilanci più pesanti mai registrati per gli operatori dell’informazione</strong>, mentre le restrizioni all’accesso dei reporter internazionali hanno reso ancora più difficile verificare direttamente quanto accade nella Striscia.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://images.collettiva.it/view/acePublic/alias/contentid/1tctwchfvw2y15vyqyx/0/campagna-png.webp?f=3x2&amp;q=0.75&amp;w=3840" alt=""/><figcaption>La campagna dell&#8217;Unesco per porre fine all&#8217;impunità per i reati contro i giornalisti</figcaption></figure>



<h2>Far tacere i cronisti</h2>



<p>Non servono necessariamente una bomba o un campo di battaglia per impedire il lavoro di chi informa.&nbsp;<strong>Ci sono le minacce, le querele temerarie, le richieste di risarcimento, le pressioni professionali, le campagne di delegittimazione</strong>. Meccanismi diversi, naturalmente, dalla violenza che colpisce un reporter in una zona di guerra. Ma capaci di produrre un effetto comune: rendere più difficile condividere ciò che qualcuno preferirebbe non venisse raccontato.</p>



<p>È una questione che riguarda anche l’Italia. Lo sa bene chi fa giornalismo d’inchiesta e si trova a dover difendere non soltanto ciò che ha scritto, ma il diritto stesso di aver posto una domanda.&nbsp;<strong>E quando i riflettori si accendono sulle zone più controverse del potere, la discussione rischia talvolta di spostarsi altrove</strong>: sulla trasmissione, sul reporter, sui suoi metodi, sulle sue intenzioni. Il contenuto dell’inchiesta finisce così per diventare quasi secondario.</p>



<p>Si tratta di&nbsp;<strong>un meccanismo antico</strong>. Ed Enzo Baldoni&nbsp;nelle ore che dal rapimento portarono al suo omicidio&nbsp;ne conobbe sulla propria pelle la forma più estrema.</p>



<h2>Enzo Baldoni cercava le persone</h2>



<p>Baldoni non è soltanto il giornalista ucciso in Iraq nell’agosto del 2004.&nbsp;<strong>Era&nbsp;un modo particolare di intendere il mestiere</strong>. Pubblicitario, creativo, traduttore, volontario della Croce rossa, reporter, blogger: attraversava professioni e linguaggi con una curiosità che lo portava spesso lontano dai percorsi più prevedibili.</p>



<p>Aveva raccontato il Chiapas, la Colombia, Timor Est, la Birmania dei Karen. Era entrato nelle fogne di Bucarest per incontrare bambini già dipendenti dalla droga.&nbsp;<strong>In Colombia aveva raggiunto un campo delle Farc.&nbsp;</strong>Non cercava soltanto i grandi protagonisti della politica internazionale. Cercava le persone dentro le storie.</p>



<p>Baldoni non aveva bisogno che un luogo fosse già al centro dell’attenzione per considerarlo degno di un reportage.&nbsp;<strong>Andava a cercare quello che non si vedeva</strong>. E soprattutto quello che rischiava di non essere ascoltato.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://images.collettiva.it/view/acePublic/alias/contentid/1tctex2st7lgsh3juv5/1/enzo-baldoni-timor-est-png.webp?f=3x2&amp;q=0.75&amp;w=3840" alt=""/><figcaption>Enzo Baldoni e Xanana Gusmão, comandante del fronte armato di liberazione di Timor Est, oggi primo ministro di Timor Est</figcaption></figure>



<h2>Il giornalismo comincia dall’ascolto</h2>



<p><strong>Nel 2004 Baldoni partì per l’Iraq</strong>&nbsp;anche per accompagnare i convogli della Croce rossa e raccontare la guerra dal punto di vista dei civili. Perché il giornalismo non consiste soltanto nel descrivere ciò che è già sotto gli occhi di tutti, ma nel portare alla luce ciò che ancora non lo è. Nel dare un nome alle persone prima che diventino numeri.</p>



<p>Il 21 agosto la sua auto venne colpita mentre si trovava lungo il percorso di un convoglio di aiuti. Il suo interprete&nbsp;<strong>Ghareeb</strong>&nbsp;fu ucciso e Baldoni venne rapito. Cinque giorni dopo arrivò la notizia della sua morte.</p>



<p>Quella vicenda fu segnata da omissioni, inerzie istituzionali e da&nbsp;<strong>una campagna di delegittimazione</strong>&nbsp;che contribuì a trasformare il giornalista nella notizia, invece di concentrarsi sulle responsabilità e sulle circostanze del suo rapimento.</p>



<p>Negli anni successivi sono emersi documenti e testimonianze che hanno restituito la dimensione di quella campagna. Le prime pagine dei quotidiani più faziosi arrivarono a definire Baldoni con espressioni come “pacifista col kalashnikov”, “vacanziere del brivido”, “giocherellone della rivoluzione”. Un modo per spostare il fuoco da altre domande: perché un giornalista e volontario impegnato in una missione umanitaria era stato lasciato solo? Perché a ideare quei giochi di parole era&nbsp;<strong>il vicedirettore di&nbsp;<em>Libero</em>,</strong>&nbsp;<strong>Renato Farina, a libro paga&nbsp;dei servizi segreti italiani</strong>?</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://images.collettiva.it/view/acePublic/alias/contentid/1tctniv71dwlgeayoua/0/enzo-baldoni-libero-png.webp?f=3x2&amp;q=0.75&amp;w=3840" alt=""/><figcaption>Il vergognoso titolo di &#8220;Libero&#8221;: una delle pagine più oscure del giornalismo in Italia</figcaption></figure>



<p>Baldoni, in quelle ore, venne&nbsp;<strong>trasformato da persona da salvare, in personaggio da giudicare</strong>. È un meccanismo che la storia del nostro Paese conosce bene: quando qualcuno diventa scomodo, il primo passo può essere quello di mettere in discussione non ciò che sta raccontando, ma chi ha avuto il coraggio di andare a guardare.</p>



<h2>Chi racconterà ciò che non sappiamo?</h2>



<p>Ventidue anni dopo non si tratta soltanto di ricordare&nbsp;<strong>Enzo Baldoni</strong>. Piuttosto di chiederci: Chi continuerà ad andare nei luoghi in cui non conviene andare? Chi continuerà a fare domande quando farle diventa scomodo? Chi ascolterà una comunità dimenticata quando i grandi media avranno già spostato l’attenzione altrove?</p>



<p><strong>Baldoni non è un santino e non serve trasformarlo in un eroe</strong>. La sua storia è più utile se rimane una domanda aperta sul mestiere che aveva scelto: quanto vale una storia se nessuno è disposto ad ascoltarla?</p>



<p>Ricordarlo oggi significa pensare alle storie che stanno accadendo adesso, in qualche parte del mondo, e che non arriveranno mai fino a noi se non ci sarà qualcuno disposto ad andarle a cercare.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://images.collettiva.it/view/acePublic/alias/contentid/1tctcan25ajxgwvtd3p/0/enzo-baldoni-croce-rossa-jpg.webp?f=3x2&amp;q=0.75&amp;w=3840" alt=""/><figcaption>Uno degli ultimi scatti di Enzo Baldoni in Iraq</figcaption></figure>
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		<title>Il fotovoltaico da balcone per risparmiare sulle bollette &#8211; Di Giovanni Caprio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Aug 2026 15:07:00 +0000</pubDate>
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<p>Le&nbsp;<strong>Comunità Energetiche Rinnovabili</strong>&nbsp;non solo favoriscono la diffusione delle rinnovabili e contribuiscono a ridurre i costi in bolletta, ma costruiscono una vera e propria rete di resilienza: luoghi in cui l’energia diventa un bene comune e la partecipazione dei cittadini genera benefici ambientali ed economici condivisi. Le Comunità nate in questi anni sono spesso laboratori di innovazione civica, capaci di ridistribuire vantaggi, creare innovazione, offrire servizi e ridurre le disuguaglianze. Anche promuovendo, per esempio, il&nbsp;<strong><em>“fotovoltaico da balcone”</em></strong><em>.</em>&nbsp;Il modo migliore per risparmiare sulle bollette è autoprodurre l’energia da fonti rinnovabili direttamente a casa propria.&nbsp;<strong>Ma come fare se non si dispone di un tetto, ma solo di un balcone?</strong></p>



<p><strong>CER Sinergie</strong>&nbsp;(<a href="https://www.cersinergie.it/">https://www.cersinergie.it/</a>) e&nbsp;<strong>CERS EQUA</strong>&nbsp;(<a href="https://www.energiediquartiere.org/">https://www.energiediquartiere.org/</a>), per aiutare le persone ad abbassare il costo delle bollette hanno lanciato un&nbsp;<strong>gruppo di acquisto collettivo</strong>&nbsp;di impianti fotovoltaici da balcone (sotto gli 800W di capacità) che possono essere montati sulle ringhiere o sulle pareti degli edifici. Tale impianto ha una taglia troppo bassa per poter generare energia condivisa nella CER(S) e accedere ai relativi incentivi, ma può beneficiare comunque della detrazione fiscale IRPEF al 50% se l’impianto è sulla prima casa (36% se seconda casa) che viene recuperata con 10 rate annuali nella dichiarazione dei redditi. In tal modo, tale impianto si ripaga plausibilmente tra 5 e 10 anni a fronte di una vita di 20-30 anni (con adeguata manutenzione e sostituzione di alcune componenti nel tempo). Prima dell’estate e con i costi dell’energia in rialzo,&nbsp;<strong>CER Sinergie</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>CERS EQUA</strong>&nbsp;hanno lanciato una prima campagna di acquisto collettivo di&nbsp;<em>kit</em>.</p>



<p><strong>Ma come funziona in generale il fotovoltaico da balcone?</strong>&nbsp;Il miglior modo per risparmiare sulle bollette è autoprodurre l’energia da fonti rinnovabili direttamente a casa propria.&nbsp;<strong>Si acquista un&nbsp;<em>kit online</em>, o da rivenditori qualificati e lo si installa sulla ringhiera del balcone o sul muro di casa&nbsp;</strong>(o anche in giardino) tramite un sistema di fissaggio meccanico. La taglia è contenuta e consiste tendenzialmente in 1 o 2 pannelli fotovoltaici, i quali producono corrente elettrica continua (DC) che un&nbsp;<em>micro</em><em>‑</em><em>inverter</em>&nbsp;(potenza totale &lt; 800W), montato direttamente sui pannelli, trasforma in corrente alternata (AC).&nbsp;<strong>L’energia viene immessa direttamente nella rete domestica tramite una presa elettrica e viene auto-consumata istantaneamente dagli elettrodomestici attivi</strong>&nbsp;<em>(ad esempio il frigorifero).</em>&nbsp;L’eventuale&nbsp;<em>surplus</em>&nbsp;di produzione che non viene auto-consumato viene immesso gratuitamente in rete&nbsp;<em>(senza remunerazione)</em>&nbsp;e non può concorrere alla generazione di incentivo per le CER(S).</p>



<p><strong>Se la potenza è inferiore ai 350W, si parla di fotovoltaico&nbsp;<em>Plug &amp; Play</em>, che prevede una procedura ulteriormente semplificata, in quanto non richiede la presenza di una linea dedicata, ma di una semplice presa domestica qualunque</strong>. Nel caso di impianto tra 350 e 800 W, occorre invece far passare una linea dedicata dal quadro elettrico al balcone e per questo si richiede un intervento di un elettricista qualificato.&nbsp;<strong>Per quanto riguarda il montaggio, i&nbsp;<em>kit</em>&nbsp;solitamente includono anche staffe per l’ancoraggio alle ringhiere o, per chi avesse impedimenti o preferisse evitare per vari motivi, ancoraggi da muro per montare i pannelli sul muro interno del balcone</strong>. L’<em>iter</em>&nbsp;prevede i seguenti passaggi:&nbsp;<strong>1.</strong>&nbsp;Verificare che non vi sia un esplicito divieto nel regolamento condominiale. Se si tratta di edificio storico o di balcone sulla facciata dell’edificio, verificare che non vi siano vincoli paesaggistici;&nbsp;<strong>2.</strong>&nbsp;Inviare comunicazione preventiva all’amministratore (non serve approvazione dell’assemblea condominiale);&nbsp;<strong>3.</strong>&nbsp;Installare l’impianto (edilizia libera);&nbsp;<strong>4.</strong>&nbsp;Inviare Comunicazione Unica al distributore.&nbsp;<em>Nel caso di impianto tra 350 e 800W, la procedura prevede che un tecnico qualificato certifichi l’impianto e fornisca la relativa documentazione (es. schema unifilare, dichiarazione di conformità, ecc).</em></p>



<p>All’iniziativa di&nbsp;<strong>CER SINERGIE</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>CERS EQUA</strong>&nbsp;si è poi aggiunta la&nbsp;<strong>CERS MIRAFIORI&nbsp;</strong>(<a href="https://cersmirafiori.org/">https://cersmirafiori.org/</a>) e il gruppo di acquisto collettivo ha ottenuto da&nbsp;<strong>ENEL</strong>, attraverso la&nbsp;<strong>SmarTec S.r.l</strong>., l’azienda piemontese con sede a Volpiano (TO), attiva dal 2007 nel settore del fotovoltaico e dell’efficienza energetica e con migliaia di impianti realizzati nel Nord Italia, uno sconto per i soci/e delle CER(S): il costo di un singolo&nbsp;<em>kit</em>&nbsp;è passato da 269€ a 229€ (offerta valida se sottoscritta entro lo scorso 5 luglio 2026).&nbsp;<strong>SmarTec</strong>&nbsp;ha chiesto 70€ + Iva (10%) per l’installazione di ciascun&nbsp;<em>kit</em>&nbsp;e, solo per chi prende due<em>&nbsp;kit</em>, può fare la pratica di connessione obbligatoria per 150€ + Iva (10%).&nbsp;<strong>A giugno scorso erano arrivate oltre 86 richieste di adesione al gruppo di acquisto</strong>, un risultato ben superiore alle aspettative e molto incoraggiante. L’iniziativa è stata promossa da alcuni volontari delle&nbsp;<strong>CER</strong>&nbsp;in maniera gratuita per i loro soci e socie, occupandosi dell’organizzazione, del coordinamento, della pubblicizzazione, dell’aggregazione e mediazione con il fornitore. Una volta confermata l’intenzione di proseguire, il socio/a ha stipulato un accordo commerciale direttamente con il fornitore, con mediazione delle&nbsp;<strong>CER</strong>. Le&nbsp;<strong>CER</strong>&nbsp;hanno, inoltre, fornito supporto ai soci nello spiegare dubbi, supportare con la documentazione da fornire al condominio e al distributore, senza entrare nel merito dell’interlocuzione con il condominio, né della transazione né dell’installazione, che sono rimaste nella responsabilità completa dell’acquirente.</p>



<p><strong><u>Qui</u></strong> il <strong>Rapporto 2026 di Legambiente sulle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali</strong>: <a href="https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/03/CERS_PositionPaper2026_web.pdf">https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/03/CERS_PositionPaper2026_web.pdf</a>.</p>



<p>Fonte: https://www.pressenza.com/it/</p>
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		<title>Gli spaccarono il cranio a pugni, bastonate e colpi di pietra&#8230;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Cuba Insieme]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Aug 2026 17:03:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Sottolineature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli spaccarono il cranio a pugni, bastonate e colpi di pietra, mentre stava rientrando in canonica la sera del 23 agosto 1923, dopo aver fatto visita ad alcuni ammalati. Il parrocchiano che l’accompagnava fu pestato a sangue pure lui.Questa la fine di don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta. A ucciderlo furono due “manovali della morte” [&#8230;]</p>
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<p>Gli spaccarono il cranio a pugni, bastonate e colpi di pietra, mentre stava rientrando in canonica la sera del 23 agosto 1923, dopo aver fatto visita ad alcuni ammalati. Il parrocchiano che l’accompagnava fu pestato a sangue pure lui.Questa la fine di don Giovanni Minzoni, parroco di Argenta.</p>



<p>A ucciderlo furono due “manovali della morte” appartenenti alle squadracce fasciste che rispondevano agli ordini di Italo Balbo, ras del Ferrarese e guida delle camicie nere romagnole, oltre che componente del quadrumvirato che nel 1922 si mise alla testa della marcia su Roma.</p>



<p>A quell’uomo efferato e senza scrupoli, che aveva già ordinato di manganellare, purgare all’olio di ricino, umiliare e &#8211; nel caso – anche picchiare a morte quanti nei “comuni rossi” della zona osassero resistere alla marea che stava minacciosamente tingendo di nero tutto ciò che lambiva, il “don” non andava a genio.</p>



<p>Troppe volte, ai suoi occhi, aveva osato alzare la voce per condannare le violenze che gli erano state riferite e di cui lui stesso era stato testimone.</p>



<p>Non aveva taciuto nemmeno di fronte all’assassinio del sindacalista Natale Gaiba, ucciso due anni prima sempre dalle canaglie nere. Colui che certi giornali chiamano “il Matteotti cattolico”, per l’A.N.P.I. è “il prete del popolo”, mentre la Chiesa cattolica parla di lui come di “un martire dell’educazione dei giovani”.</p>



<p>Tante etichette insieme per un uomo che era un prete, un prete vero però, uno di quelli che, grande o piccolo che sia, si prendono a cuore le sorti del “gregge” che viene loro affidato.</p>



<p>Nato a Ravenna il 1° luglio 1885, fu ordinato sacerdote a 24 anni e subito nominato viceparroco di Argenta, terra di braccianti agricoli. Durante la Grande guerra, come cappellano del 255° reggimento di fanteria della Brigata Veneto, si distinse per coraggio e abnegazione anche sul campo di battaglia, meritandosi la medaglia d’argento al valore.</p>



<p>Nel primo dopoguerra, avvicinatosi agli ambienti del Partito Popolare di don Sturzo, fondò il gruppo di scout della parrocchia di Argenta, della quale nel frattempo era diventato curato.</p>



<p>L’educazione dei giovani, nelle preoccupazioni di un giovane prete come lui, figurava al primo posto e, da tipo preciso ed organizzato qual era, i giovani li calamitava a sé, per lo scorno dei gerarchi del posto.</p>



<p>Motivo di più per fracassargli la testa, pensarono Italo Balbo e i criminali del suo stesso stampo. </p>



<p>Nel 2023, centenario dell’uccisione di quest’uomo mite e coraggioso insieme, il Dicastero delle cause dei Santi ha avviato il processo per la causa di beatificazione.</p>



<p>Chi dimentica, uccide due volte. </p>



<p>Testo di Anselmo Pagani</p>
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