
Partiamo da un dato di fatto: a differenza della violenza delle singole persone, la guerra, cioè la violenza organizzata degli stati, non è mai irrazionale, frutto di uno scatto emotivo di un leader magari instabile, ma è sempre il risultato di un calcolo razionale (anche quando alla prova dei fatti si rivela errato), spesso al termine di una preparazione durata anni o decenni. In un processo di riarmo è quindi possibile capire a quale guerra ci si sta preparando, contro quale nemico.
In Italia, dopo la sbornia bellicista del fascismo e il disastro della seconda guerra mondiale, le forze armate hanno mantenuto fino agli inizi degli anni ’90 una impostazione sostanzialmente difensiva, pur all’interno della Nato, con un gran numero di coscritti con la leva obbligatoria e un armamento pensato per una guerra contro il blocco sovietico, senza velleità offensive (le poche missioni militari all’estero erano effettivamente di osservazione, con il consenso di tutti i contendenti, nell’ambito di processi di pace e sotto mandato Onu) e con un livello di spesa relativamente basso, soprattutto negli ultimi anni, quando il pericolo di guerra con l’Urss era evidentemente scomparso. Nel 1991, con la prima guerra del Golfo (e con la dissoluzione del blocco socialista) si apre invece la stagione della schiacciante superiorità militare occidentale sul resto del mondo, con guerre limitate contro paesi che non hanno la possibilità reale di difendersi. Nel 1993, con il libro bianco sul Nuovo Modello di Difesa, si mette nero su bianco che l’obiettivo delle forze armate non è più, come previsto dalla Costituzione, la difesa del paese da eventuali aggressioni, ma “la difesa degli interessi italiani, ovunque nel mondo siano minacciati”. Servono quindi forze armate più snelle, attrezzate per operare a grandi distanze dal territorio nazionale e soprattutto, il cui utilizzo non allarmi l’opinione pubblica come avviene quando sono coinvolti militari di leva.
Si avvia quindi un gigantesco piano di riarmo (dalle portaerei agli aerei cisterna per il rifornimento in volo, dai mezzi da sbarco agli aerei radar a mezzi specifici per ambienti particolari, desertici o paludosi) che porta la spesa militare dal minimo di 15.000 miliardi di lire (7,75 miliardi di euro) nel 1990 fino ai 29 miliardi di euro del 2008 e parallelamente si inizia la transizione a forze armate professionali, con un progressivo arruolamento di volontari, incentivati con la riserva di posti nelle forze dell’ordine e nell’amministrazione pubblica, fino alla sospensione della leva nel 2005. La partecipazione alle guerre in Afghanistan dal 2002 e in Irak dal 2003 da un lato ha confermato la maggiore utilizzabilità politica dei mercenari, le cui perdite non hanno suscitato le proteste che avevano costretto al ritiro dalla Somalia nel 1994, dall’altro però ha anche confermato la tradizionale inefficienza delle forze armate italiane, dove tra gli ufficiali prevale la corsa allo scarico di responsabilità sui sottoposti, in assenza di una guida politica seria, così come ha confermato i limiti dell’industria bellica italiana (con i blindati in cui si era dimenticata una parte della blindatura, rendendoli vulnerabili a ordigni improvvisati) e la tolleranza verso comportamenti inaccettabili (celebre una foto trapelata da un reparto della Folgore nel 1993 che immortalava una ragazza somala legata nuda e a gambe aperte sul cofano di un mezzo, con la conseguente indagine prontamente aperta dalla magistratura militare finita in un nulla di fatto). Sono gli anni in cui risorge una retorica patriottarda e militarista, in cui a ogni attacco della resistenza i militari caduti sono celebrati come eroi senza minimamente interrogarsi sul senso di guerre non certo difensive, e meno che mai sui limiti emersi nelle forze armate, ritirate poi dalle zone calde senza tanto clamore e senza più partecipare direttamente alle altre guerre intraprese dalla Nato.
Dal 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, lo scenario cambia improvvisamente, per la prima volta da più di trent’anni un paese non facente parte dello schieramento occidentale ne aggredisce militarmente un altro, in un gesto di sfida aperta al monopolio occidentale della guerra. Da allora, il riarmo e la prospettiva della guerra sono tornati al centro del dibattito politico (ma la discussione riguarda solo le relative modalità, riarmo europeo o dei singoli stati? guerra alla Russia o alla Cina?), presentando l’Italia e l’Europa come soggetti pacifici e indifesi improvvisamente aggrediti dai cattivi da cui bisogna prepararci a difenderci. E, per quanto riguarda l’Italia, con il paradosso di aver speso negli ultimi decenni diverse centinaia di miliardi di euro (ed essersi resa odiosa agli occhi di gran parte del mondo) per trovarsi ora molto meno sicura di 35 anni fa.
Dall’inizio della guerra in Ucraina e poi in Medio Oriente è diventata sempre più evidente la corsa verso la guerra tra le principali potenze imperialiste del pianeta, con il corollario di riarmo e di mobilitazione dell’opinione pubblica per farla apparire se non desiderabile, quanto meno giusta e necessaria. Ed è bene essere consapevoli che la guerra che si sta preparando non sarà una guerra asimmetrica, dove i morti “nostri” si contano a decine, tutti militari professionisti, mentre dall’altra parte si contano a decine o centinaia di migliaia, in buona parte civili; sarà invece una guerra simmetrica, tra potenze all’incirca della stessa stazza (la Cina è attualmente molto meno armata di Usa, Russia ed Europa ma sta rapidamente recuperando terreno), una guerra quindi che richiede non qualche decina di migliaia di soldati che si possono arruolare volontariamente ma diversi milioni, e che, pur senza pensare a prospettive estreme (e poco probabili) come l’uso di testate nucleari, coinvolge l’intera società, assorbendone gran parte delle risorse per le necessità belliche. Per questo, mentre la propaganda coltiva l’indifferenza delle masse e il “piagnisteo da eterni innocenti”, per usare le parole di Gramsci (Odio gli indifferenti, la Città Futura, febbraio 1917), noi dobbiamo essere consapevoli di quanto succede e della necessità di mobilitarsi oggi (politicamente) per non essere mobilitati domani (in una trincea).
Fonte: https://volerelaluna.it/