13 settembre 1990: Muore Giancarlo Pajetta. RICORDIAMO “IL RAGAZZO ROSSO”

G Pajetta

Giancarlo Pajetta era comunista in un modo che oggi risulta quasi difficile da spiegare, perché non apparteneva semplicemente a un partito: apparteneva a una fede, a una storia, a una comunità umana e politica dentro la quale aveva trascorso praticamente l’intera esistenza. E soprattutto aveva un carattere meravigliosamente inadatto alla moderazione. Polemico, ironico, aggressivo, intelligentissimo, capace di essere affettuoso e insopportabile nello spazio della stessa conversazione, Pajetta apparteneva a quella generazione di comunisti italiani che potevano discutere per quattro ore sulla linea del movimento operaio internazionale e poi chiudere la questione con una battuta abbastanza cattiva da rendere inutili le quattro ore precedenti. Non aveva l’austerità quasi sacerdotale di Berlinguer. Non aveva il gelo intellettuale di Togliatti. Non aveva la malinconia di Ingrao.

Pajetta aveva sangue. E molto spesso lo faceva vedere.

Nasce a Torino il 24 giugno 1911, in una famiglia socialista prima e comunista poi. La madre Elvira sarebbe diventata per tutti “mamma Pajetta”, figura quasi mitologica dell’antifascismo comunista, mentre Giancarlo cresce nel quartiere operaio di Borgo San Paolo in un ambiente nel quale Gramsci, Gobetti, socialismo e fascismo non erano argomenti da manuale scolastico ma cose che entravano in casa.

A quattordici anni è già nella Federazione giovanile comunista. A quindici-sedici riesce in un’impresa che per uno studente normalmente richiede parecchio impegno: viene espulso per tre anni da tutte le scuole del Regno per propaganda comunista e discorsi contro la religione.

Poi distribuisce volantini antifascisti agli operai. Viene arrestato. Ha sedici anni. Condannato a due anni di carcere. Ora, già qui bisogna fermarsi un momento. Perché nella nostra serie abbiamo incontrato uomini che a sedici anni pensavano alla carriera, alle ragazze o, nel caso di alcuni futuri democristiani, probabilmente alla prossima riunione parrocchiale. Pajetta a sedici anni era in carcere per antifascismo. E questo non è folklore. È una cosa seria. Esce, riprende immediatamente l’attività clandestina, viaggia tra Francia, Germania e Unione Sovietica, frequenta l’Internazionale comunista, torna clandestinamente in Italia e nel 1933 viene arrestato un’altra volta.

Questa volta il Tribunale speciale fascista gli dà ventun anni. Ventuno. Lui ne ha ventidue.

Resterà in carcere fino alla caduta di Mussolini, nel luglio 1943, studiando, leggendo e partecipando a quella che i detenuti comunisti chiamavano quasi scherzosamente “l’università del carcere”. Diciamo quindi una cosa subito. Giancarlo Pajetta poteva avere tutti i difetti del mondo. E ne aveva. Ma l’antifascismo non lo aveva scoperto dopo il 25 aprile. Lo aveva pagato prima. Con anni di galera. Liberato nel 1943, entra immediatamente nella Resistenza. Diventa uno dei dirigenti delle Brigate Garibaldi, opera tra Piemonte, Liguria e Lombardia, partecipa alla costruzione del Corpo volontari della libertà e nel 1944 attraversa clandestinamente Svizzera e Francia con Ferruccio Parri, Alfredo Pizzoni ed Edgardo Sogno per rappresentare il Comitato di liberazione nazionale dell’Alta Italia presso il governo del Sud. Insomma, il “ragazzo rosso” non era un soprannome inventato dall’ufficio stampa. Era proprio rosso. E non aveva mai avuto particolare intenzione di cambiare colore. Dopo la Liberazione diventa dirigente della federazione comunista milanese e direttore dell’edizione lombarda dell’Unità.

E nel 1947 produce uno degli episodi che meglio spiegano il personaggio. Il ministro dell’Interno Mario Scelba decide di sostituire il prefetto di Milano Ettore Troilo, ex comandante partigiano. A sinistra esplode la protesta. Sindaci si dimettono. Ex partigiani e militanti occupano la Prefettura. E a guidare l’occupazione c’è Pajetta. A un certo punto telefona a Roma praticamente soddisfatto dell’impresa. Palmiro Togliatti, che aveva un senso dell’umorismo meno espansivo ma molto più letale, gli domanda in sostanza che cosa pensi di farne, adesso, di una Prefettura occupata. E qui si vede già tutta la differenza fra i due. Pajetta prende la Prefettura. Togliatti deve spiegargli che prima o poi bisognerà anche restituirla. Uno era l’istinto. L’altro il partito. E alla fine, naturalmente, vinse il partito.

Pajetta entrerà alla Costituente e poi verrà eletto alla Camera in tutte le legislature repubblicane fino alla morte. Dal 1946 al 1990: quarantaquattro anni di Parlamento, centinaia di interventi, una presenza quasi continua negli organismi dirigenti del PCI e quarant’anni nella Direzione nazionale. Era uno dei volti più riconoscibili del comunismo italiano. Anche grazie alla televisione.

Quando arrivano le Tribune politiche, Pajetta si trova benissimo perché possiede una qualità che lo schermo capisce immediatamente: è vivo. Non recita. Non sembra aver imparato una risposta. Reagisce. Attacca. Interrompe. Ride. Si irrita. Fa battute. Ha quella capacità ormai quasi perduta di litigare politicamente con qualcuno senza trasformare necessariamente l’avversario in un essere umano indegno di esistere.

Poteva essere ferocissimo. Ma frequentava gli avversari. Parlava con loro. Li provocava. E spesso si divertiva. Treccani lo descrive come un polemista irruento e scanzonato, aggressivo ma leale, uno “sfacciato esaltatore dell’orgoglio comunista”. E qui entra la sua faccia da schiaffi. Perché Pajetta aveva l’aria dell’uomo che, anche quando aveva torto, riusciva a fartelo spiegare come se il problema principale fosse che tu non avevi ancora studiato abbastanza. Era sicuro. Spesso troppo. Il comunismo non era per lui soltanto un’opzione politica. Era la lente attraverso cui aveva interpretato fascismo, guerra, Resistenza, classe operaia, capitalismo, colonialismo e rapporti internazionali. E quella fedeltà assoluta gli diede una forza gigantesca. Ma gli mise anche dei paraocchi. Nel 1956, davanti all’Ungheria, il PCI rimase schierato con l’Unione Sovietica e Pajetta apparteneva pienamente a quella cultura comunista che considerava ancora Mosca il centro storico del movimento rivoluzionario. Negli anni successivi riconobbe gli errori dello stalinismo, ma continuò spesso a leggerli come tragedie interne a una storia che, nel suo giudizio, restava complessivamente giusta.

Il biografo Franco Andreucci parla proprio di una fede tanto profonda da rendere difficile a Pajetta un giudizio completamente realistico su quell’esperienza. Ed è importante dirlo. Perché sarebbe troppo facile trasformarlo oggi nel comunista simpatico, antifascista, spiritoso e televisivamente brillante. Pajetta fu anche un uomo di apparato. Uno stalinista della generazione formatasi negli anni Trenta. Uno che aveva conosciuto Mosca e il Comintern e che per moltissimo tempo continuò a considerare quella storia, pur con tutti i suoi orrori, la propria storia.

Nel 1968, però, qualcosa era cambiato. Quando i carri armati del Patto di Varsavia soffocano la Primavera di Praga, il PCI prende per la prima volta una posizione di grave dissenso dall’Unione Sovietica. È un passaggio fondamentale nella progressiva autonomia del comunismo italiano da Mosca. Pajetta accompagnerà quella trasformazione, ma senza diventare mai un entusiasta dell’eurocomunismo. Dal 1970 al 1983 dirige la politica internazionale del PCI e guarda molto più volentieri al Vietnam, ai movimenti di liberazione, all’Algeria, al Medio Oriente e al Terzo Mondo che alle sofisticate discussioni occidentali su un comunismo europeo definitivamente emancipato dall’URSS. Era internazionalista fino al midollo. Solo che il mondo, progressivamente, cominciava a essere meno comunista di lui. E questo gli procurò gli ultimi dolori politici. Quando Berlinguer avvia lo “strappo” da Mosca e nel 1981 dichiara esaurita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre, il PCI attraversa una trasformazione profonda. Pajetta la vive, discute, polemizza, ma rimane dentro il partito come aveva fatto sempre. Poi arriva Gorbaciov. Perestrojka. Glasnost. Il sistema sovietico comincia a disfarsi davanti agli occhi di un uomo che aveva visto l’URSS per la prima volta quando Stalin era al potere.

E negli ultimi viaggi a Mosca Pajetta appare quasi furioso davanti a ciò che considera uno smantellamento della propria storia; in una testimonianza successiva viene ricordato mentre litiga perfino con i camerieri e poi affronta la nomenklatura sovietica accusandola di aver mentito per decenni. È quasi struggente. Aveva passato una vita difendendo quel mondo. E adesso erano quelli di quel mondo a dirgli che non funzionava più. Nel frattempo anche il PCI italiano si sta avvicinando alla fine.

Achille Occhetto annuncia la svolta della Bolognina nel novembre 1989 e propone di superare il Partito comunista. Per Pajetta è un colpo enorme. Non perché non capisca che il mondo è cambiato. Lo capisce. Ma per lui togliere la parola “comunista” significa togliere il nome a una vita intera. Partecipa quindi alla battaglia interna per conservarlo e, mentre il partito comincia finalmente a organizzarsi in correnti, produce una battuta perfettamente pajettiana: avrebbe fondato “la corrente dei senza corrente”, salvo osservare che probabilmente ne sarebbe stato l’unico iscritto. Perché anche davanti alla fine riusciva ancora a scherzare.

Nella vita privata ebbe tre figli dalla moglie Letizia Berrini, dalla quale si separò alla fine degli anni Cinquanta; dal 1962 condivise invece la propria vita con Miriam Mafai, giornalista e scrittrice, altra personalità enorme della sinistra italiana. E forse anche qui c’era qualcosa di molto Pajetta. La politica poteva occupare tutto. Ma intorno rimanevano libri, giornali, discussioni, amicizie, amori e un mondo culturale nel quale il comunismo non era semplicemente una tessera, ma un modo di stare insieme.

Muore a Roma il 13 settembre 1990.

Aveva settantanove anni. Poco prima aveva ancora partecipato a una Festa dell’Unità. Non vedrà il PCI sciogliersi ufficialmente pochi mesi dopo. E forse gli fu risparmiata una cosa che avrebbe sopportato malissimo. Giancarlo Pajetta è quindi una Faccia da schiaffi perfetta, ma bisogna intendersi sul perché. Non perché fosse un opportunista. Anzi è vero il contrario. Non perché avesse cambiato casacca. Non la cambiò mai. Non perché fosse particolarmente mondano, corrotto o desideroso di arricchirsi. Non è quella la sua storia. La sua faccia da schiaffi nasce dall’assoluta, irritante, a volte magnifica convinzione di essere dalla parte giusta della storia. Quella sicurezza che gli consentì a sedici anni di affrontare il carcere fascista senza piegarsi, che lo portò nella Resistenza, che gli diede il coraggio di parlare agli avversari senza complessi.

Pajetta non fu mai un comunista tiepido. Nemmeno quando avrebbe avuto buone ragioni per diventarlo. Non seppe essere comunista a metà. Non seppe essere antifascista a metà. Non seppe litigare a metà. Non seppe nemmeno invecchiare davvero a metà.

Restò fino all’ultimo il ragazzo rosso che, nel 1947, occupava una Prefettura e poi doveva farsi spiegare da Togliatti che conquistare un palazzo è relativamente facile. Il difficile è sapere cosa farne dopo. Giancarlo Pajetta. Partigiano. Carcerato antifascista. Deputato per tutta la Repubblica che riuscì a vedere. Comunista per tutta la vita. Un uomo che attraversò quasi un secolo continuando a parlare come se la discussione fosse cominciata cinque minuti prima. E forse la sua faccia da schiaffi stava tutta lì: nella certezza assoluta di avere ancora qualcosa da dire. E nella probabilità, piuttosto alta, che lo dicesse anche se nessuno glielo aveva chiesto. Grazie di tutto, partigiano Nullo. È stato un onore raccontarti. Non perché avessi sempre ragione. Non perché la tua storia non abbia ombre, errori e fedeltà che oggi possiamo giudicare duramente. Ma perché, quando scegliere da che parte stare non significava scrivere un post o mettere una croce su una scheda, ma rischiare il carcere, la vita e tutto ciò che si aveva, tu scegliesti. E pagasti quella scelta. Per questo, oggi, dopo re in fuga, eserciti abbandonati e uomini lasciati senza ordini, viene quasi naturale salutarti così: grazie di tutto, partigiano Nullo. È stato davvero un onore.

Fonte: https://www.facebook.com/profile.php?id=61558422276987&tn=-UC

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