NAZA. Se la verità diventa sovversiva – Di Claudileia Lemes Dias

Naza

Scrive Raviv Drucker, giornalista d’inchiesta israeliano sul quotidiano Haaretz:”Non ho mai trovato un film così difficile da guardare. Ho provato un vero e proprio brivido di disagio al mio posto.

“NAZA” mi ha fatto sentire come un tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, intento ad ascoltare ciò che il suo stesso popolo aveva compiuto. La sensazione è stata così intensa da tirare fuori l’israeliano difensivo che è in me, ansioso di fornire spiegazioni.​ Conosco Yuval Abraham, uno dei due creatori del film, e non ho dubbi sulla sua integrità.

Conosco personalmente alcuni dei racconti presenti nel film: gazzawi innocenti uccisi per aver superato una linea di cui non potevano conoscere l’esistenza; gazzawi affamati colpiti e uccisi dopo essersi diretti verso i centri di aiuto allestiti da Israele per procurarsi del cibo, travalicando i confini loro imposti.​ Ho visto con i miei occhi la cifra astronomica di NAZA. Il termine si riferisce ai danni collaterali civili: il numero di persone innocenti che si prevede vengano uccise in un attacco contro uno specifico obiettivo militare. Quel numero sembrava sproporzionato rispetto all’importanza dell’obiettivo. Sono state cose dolorose da guardare.”

Poi però parte un “MA” e una serie di contestazioni sul fatto che il documentario non “contestualizzi” il fatto che tutto avvenga dopo il 7 ottobre o che i civili palestinesi vengano “usati come scudo umano da Hamas”. Il tema del documentario è però un’altro: l’uccisione a sangue freddo di bambini per divertimento per parte delle forze dell’IDF o le intere famiglie trucidate l’ora di cena perché “faceva comodo”.

Sadismo e freddezza. Come abbiamo letto nei libri di Sami al-Ajrami, Illan Pappé o Raja Shehadeh. Il documentario, presentato in anteprima a Venezia giovedì scorso, si basa su interviste a 24 israeliani, tra soldati e personale dell’intelligence, coinvolti nel genocidio palestinese. Ovviamente ha sollevato un polverone in Israele, mettendo d’accordo tutti i partiti nella condanna ai registi.

Il Ministro della Cultura e dello Sport Miki Zohar ha dichiarato che cercherà di revocare la cittadinanza ad Abraham e Szor, accusandoli di aver commesso un “atto di tradimento contro lo Stato”.

La domanda è: e se fosse lo Stato ad avere tradito te?

I registi sapevano a cosa andavano incontro, ma l’hanno fatto lo stesso. Forse perché ad un certo punto la tanto vantata “cittadinanza israeliana” era diventata quasi una vergogna quando alle spalle del loro paese pesavano accuse di genocidio, apartheid, sterminio di massa, crimini di guerra, ecc.

La pressione su di loro in queste ore è progressivamente scalata dalle condanne politiche a vere e proprie minacce istituzionali e legali: oltre alle durissime accuse di tradimento, diffamazione e “odio per Israele” piovute da tutte le parti, con Netanyahu in primis, il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, ha dato mandato ai vertici legali dell’esercito di valutare azioni giudiziarie contro gli autori e avviato un’indagine interna sulle fughe di notizie riservate utilizzate nel documentario.

1. Quando il mondo va in frantumi quanto conta un pezzo di carta? Nel suo celebre saggio Verità e politica (1967), Arendt distingue tra verità razionali (matematiche o filosofiche) e verità di fatto. Le verità di fatto sono per loro natura fragili, poiché dipendono dal racconto dei testimoni e dalla documentazione di eventi contingenti. Proprio per questa fragilità, esse sono le più esposte alla manipolazione o alla negazione da parte del potere politico, che spesso preferisce sostituirle con narrazioni ideologiche rassicuranti o di coesione nazionale.

La reazione del potere cerca di delegittimare il testimone, trasformando la critica fattuale in “tradimento” o “libello di sangue”, nel tentativo di preservare l’immagine mitizzata dell’IDF, in cui credono oramai due gatti.

Il giornalista di Haaretz descrive l’orrore provato di fronte a soldati che parlano della distruzione o dell’uccisione di civili con distacco, quasi fosse una routine amministrativa o una missione da portare a termine senza porsi domande morali (fino alla risposta agghiacciante “Buona fortuna a loro” riferita a chi non aveva evacuato).​ Arendt aveva mostrato come i crimini sistematici più orribili non vengano commessi necessariamente da individui “mostruosi”, quanto da persone comuni che smettono di pensare, trasformandosi in ingranaggi di una macchina burocratica e militare.

Nei suoi scritti impariamo che la cittadinanza non è una concessione dello Stato legata alla cieca lealtà ideologica, ma coincide con “il diritto ad avere diritti” e con la partecipazione attiva alla vita pubblica, che include prima di tutto il dissenso e la facoltà di dire ciò che è, le cose come stanno.In generale, l’estremismo di chi vuole cancellare la cittadinanza ai dissidenti rappresenta un pericolo ben maggiore per la tenuta democratica di quanto non lo sia la contestazione aperta delle azioni del proprio governo.

In una prospettiva arendtiana, l’autentico patriottismo non consiste nel coprire le colpe del Paese in cui siamo nati/e, ma nel trovare il coraggio di guardarle in faccia per impedire che proseguano o si ripetano.

2. Polemiche oppure no, il genocidio avanti va. Mentre la politica israeliana e le platee internazionali discutono sulla “veridicità” o sulle “omissioni” del documentario, forse serve ricordare che quelle testimonianze non sono astrazioni narrative o calcoli da festival, ma la quotidianità vissuta da oltre due milioni di persone. Per quei corpi sotto le macerie, la distinzione tra “errore tattico”, “intenzione bellica” o “scudo umano” non ha alcun significato di fronte alla distruzione totale del loro mondo. Per i palestinesi la vita si è oramai ridotta a una catastrofe continuata in cui il linguaggio della diplomazia, delle strategie militari, dei premi e delle polemiche si dimostrano del tutto inadeguati a spiegare il loro soffrire collettivo. La testimonianza diretta degli aguzzini, portata dai registi alla conoscenza del grande pubblico, è perciò l’ultimo baluardo rimasto per dimostrare, ancora una volta, come un intero popolo è stato ridotto a un mero dettaglio statistico o a una “nota a margine” rispetto alle pretese belliche, territoriali e politiche di chi detiene il potere. Nessuna ragione di Stato può giustificare la disumanizzazione dell’altro. Nessuna superiore esigenza di sicurezza e propaganda di un governo. Tentare di cancellare la cittadinanza di chi mostra l’orrore dall’interno significa ammettere che la verità è diventata sovversiva. Ma finché ci sarà chi trova il coraggio di testimoniare e chi si rifiuta di voltarsi dall’altra parte, il confine tra la giustizia e la cieca forza rimarrà tracciato, ricordandoci che nessun popolo può dirsi davvero libero finché ne priva un altro della sua stessa umanità.

C.L.Dias

Fonti:

1. Haaretz: “NAZA Controversy: Israelis Are Blind to How the World Sees Our Country” (15/09/2026)

2. Haaretz: “Watching ‘NAZA’ Shocked Me. So Did What Its Creators Left Out” (14/09/2026)

3. The Jerusalem Post: “‘An act of treason’: Politicians clash over ‘NAZA’ Gaza war film, label creators ‘Israel-haters'” (14/09/2026)

4. Al Jazeera: “Israel probing Naza film on Gaza for treason, inciting anti-Semitism” (14/09/2026)

5. The Times of Israel: “IDF chief floats legal action against ‘NAZA’ film, orders probe of leaked material” (14/09/2026)

6. Il Sole 24 Ore: “Naza: the documentary that exposes the system behind the killings of civilians in Gaza” (10/09/2026)

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