
Il 6 aprile 1960 Lester D. Mallory, alto funzionario del Dipartimento di Stato americano, scrive un memorandum destinato a diventare uno dei documenti più eloquenti della politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba. La Rivoluzione ha trionfato da poco più di un anno e Mallory constata un problema: la maggioranza dei cubani sostiene Fidel Castro e non esiste un’opposizione politica efficace capace di rovesciarlo. Bisogna dunque agire sulle condizioni materiali della popolazione, indebolire la vita economica del Paese, negare denaro e forniture, ridurre salari reali e monetari fino a provocare, sono le sue parole, «fame, disperazione e rovesciamento del Governo». Sessantasei anni dopo, è difficile leggere quelle righe senza riconoscere una continuità impressionante con quanto sta accadendo oggi. Noi lo chiamiamo generalmente embargo. I cubani lo chiamano bloqueo, blocco, e non è una differenza semantica. Un embargo dovrebbe riguardare ciò che un Paese decide di non vendere a un altro; il bloqueo americano pretende invece da sempre di decidere anche che cosa gli altri Paesi possano vendere a Cuba, quali banche possano lavorarci, quali navi possano attraccare nei suoi porti e quali imprese possano investirvi senza rischiare conseguenze negli Stati Uniti.
Da decenni la quasi totalità della comunità internazionale chiede la fine di questa politica. Ancora nel 2025, 165 Paesi hanno votato alle Nazioni Unite per la fine dell’embargo. Persino l’Unione Europea, già nel 1996, si è dotata di una legge per proteggere cittadini e imprese europee dall’applicazione extraterritoriale delle sanzioni americane, che considera contraria al diritto internazionale. Una protezione che nei fatti rimane troppo spesso sulla carta, come sa bene chi lavora con Cuba: banche che rifiutano bonifici o chiudono conti, trasferimenti bloccati, compagnie che rinunciano a trasportare merci, imprese europee che abbandonano investimenti per il timore di perdere il mercato americano o di incorrere in sanzioni. L’Europa condanna il bloqueo all’ONU, ne contesta l’extraterritorialità e contemporaneamente assiste alla sua applicazione.
Dal gennaio 2026, però, siamo entrati in un’altra dimensione. Dopo l’intervento militare americano in Venezuela, la cattura di Nicolás Maduro e il silenzioso colpo di Stato che ne è seguito, Cuba è stata privata di una delle sue principali fonti di approvvigionamento energetico. Washington ha stretto progressivamente il cappio attraverso minacce di pesanti dazi ai paesi che vendono petrolio a Cuba, pressioni sulle compagnie internazionali e sanzioni contro chi continua a commerciare con l’isola. Con una cadenza ormai quasi quindicinale arrivano nuove sanzioni, nuovi nomi, nuove imprese e nuovi settori da colpire. Marco Rubio ha descritto questa strategia con una sincerità che ricorda quella di Mallory: ogni volta che Cuba trova un nuovo meccanismo per uscire dal “cappio”, ha spiegato, gli Stati Uniti lo chiudono.
Le conseguenze si misurano nella vita quotidiana. A settembre all’Avana i blackout hanno superato le venti ore consecutive, lasciando in alcuni giorni appena due o tre ore di elettricità; nelle province si sono registrati anche diversi giorni consecutivi senza corrente. È difficile immaginare, dalle nostre case europee, che cosa significhi vivere ogni giorno in queste condizioni. Non poter conservare il cibo in frigorifero, dormire con temperature superiori ai trenta gradi senza un ventilatore, non riuscire a pompare l’acqua nelle abitazioni, non sapere quando sarà possibile cucinare o caricare un telefono. Significa ospedali costretti a convivere con l’emergenza energetica, trasporti ridotti, attività produttive ferme e un’intera esistenza organizzata attorno alle poche ore in cui torna la luce. Quanti di noi riuscirebbero a vivere così per settimane, mesi, anni? Eppure chi conosce Cuba conosce anche l’incredibile capacità dei cubani di adattarsi, inventare soluzioni e condividere quello che hanno. In pochi mesi si sono moltiplicati pannelli solari, lampadine e ventilatori ricaricabili, batterie al litio e power station portatili come le EcoFlow, che vengono caricate nelle poche ore in cui arriva la corrente per garantire almeno una luce, un ventilatore o un telefono durante il blackout successivo. È una resilienza straordinaria, che però non deve diventare l’alibi con cui il resto del mondo accetta l’inaccettabile: ammirare la capacità di un popolo di sopravvivere non può significare considerare normale ciò a cui è costretto a sopravvivere.
In questa situazione c’è poi un paradosso che racconta forse meglio di qualsiasi discorso la natura del bloqueo. Mentre le pressioni americane strangolano il normale approvvigionamento di petrolio dell’isola, benzina e diesel americani possono arrivare a Cuba se venduti a determinate imprese private attraverso le eccezioni stabilite dagli stessi Stati Uniti. Nei primi sei mesi del 2026 le esportazioni americane di carburante verso il settore privato cubano hanno raggiunto i 96 milioni di dollari, quasi la metà nel solo mese di giugno. Mentre si impedisce a Cuba di approvvigionarsi normalmente sul mercato internazionale, Washington decide quindi chi può vendere carburante sull’isola e a chi, aprendo un nuovo mercato proprio mentre strangola quello ordinario e favorendo il settore privato sostenuto politicamente da quella parte della comunità cubano-americana anticastrista che ha appoggiato Trump. È un regalo politico prima ancora che economico: si crea artificialmente la scarsità e contemporaneamente si stabilisce chi potrà trarne profitto. Reuters ha documentato benzina venduta sul mercato informale fino a 38 dollari al gallone, in un Paese dove uno stipendio mensile vale una frazione di quella cifra. Chi possiede valuta può comprare, chi non ce l’ha rimane fermo, mentre anche la scarsità diventa un mercato sul quale qualcuno può guadagnare proprio grazie alle condizioni create dal bloqueo.
Il carburante, tuttavia, è soltanto una parte dell’assedio. Il Governo cubano denuncia oltre 7.000 container fermi in diversi porti del mondo a causa delle sanzioni e delle pressioni americane. Sono merci già acquistate e pagate: soprattutto cibo, medicinali, dispositivi medici e materiali destinati all’energia e all’approvvigionamento idrico. Due container di farmaci contro l’epilessia sono rimasti bloccati a Cartagena perché la compagnia incaricata del trasporto si è rifiutata di portarli a Cuba, mentre grandi compagnie europee hanno smesso di accettare nuove spedizioni verso l’isola. Il bloqueo assomiglia così sempre più a un assedio medievale realizzato con gli strumenti del XXI secolo. Non servono mura né una flotta schierata davanti all’Avana quando si possiede un potere economico sufficiente per convincere una banca europea a non effettuare un bonifico, una compagnia marittima a non caricare un container, un’impresa a rinunciare a un investimento o un Paese a chiedersi se vendere petrolio a Cuba valga il rischio di inimicarsi Washington. Le conseguenze ricadono inevitabilmente sulla popolazione civile, ed è per questo è legittimo parlare apertamente di punizione collettiva e di una politica genocidaria, tornando proprio alla logica espressa da Mallory nel 1960: provocare privazioni nella popolazione affinché la sofferenza diventi pressione politica contro il governo.
In mezzo a tutto questo c’è un’Europa che continua a voltarsi dall’altra parte. La stessa Europa sempre pronta a riempire dichiarazioni e risoluzioni di parole come diritti umani, diritto internazionale, protezione della popolazione civile e autodeterminazione, almeno fino a quando applicare davvero questi principi significa entrare in conflitto con gli Stati Uniti. È un doppio standard che non riguarda soltanto Cuba. Lo vediamo di fronte alle politiche guerrafondaie degli Stati Uniti e alla devastazione di Gaza da parte di Israele, sostenuto politicamente e militarmente dagli Usa mentre governi europei hanno continuato a mantenere relazioni politiche, commerciali e militari con Israele. Organismi ed esperti delle Nazioni Unite hanno denunciato punizioni collettive, gravissime violazioni contro la popolazione palestinese e atti di genocidio, mentre l’Europa, così zelante nell’invocare diritti umani e diritto internazionale in altri scenari, continua a trovare eccezioni quando gli accusati sono i propri alleati.
Cuba pone quindi una domanda che riguarda molto più di Cuba: quanto valgono i principi che proclamiamo se siamo disposti a difenderli soltanto quando non hanno un costo politico? Nel 1960 un funzionario americano metteva nero su bianco una strategia per affamare economicamente un popolo nella speranza che rovesciasse il proprio governo; nel 2026 milioni di cubani vivono con due o tre ore di corrente al giorno, migliaia di container con cibo e medicine non raggiungono l’isola e Washington continua a stringere quel cappio. Possiamo continuare a chiamarlo embargo, mentre i cubani continueranno, più correttamente, a chiamarlo bloqueo. E noi europei possiamo continuare a guardare, votare risoluzioni, proclamare principi e considerarci estranei alle conseguenze, ma resta terribilmente attuale l’avvertimento che Fabrizio De André affidava alla Canzone del maggio: «anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti».
Fonte: https://volerelaluna.it/
** Martina Steinwurzel lavora da diversi anni con l’Agenzia di Interscambio Culturale ed Economico con Cuba. Si occupa di cooperazione internazionale e progetti ambientali ed è attiva sul fronte della solidarietà a Cuba. Ha partecipato al Convoy Nuestra América, partito via mare dal Messico per portare all’Avana beni di prima necessità e pannelli solari, e alla campagna Let Cuba Breathe, per denunciare la gravissima situazione che vive oggi l’isola a seguito del blocco totale delle forniture di petrolio.