Quando il fascismo cancellò la libertà sindacale

Il fascismo inItalia

Sono passati quasi cent’anni dal 2 ottobre 1925, giorno in cui vennero firmati i patti di Palazzo Vidoni. Di lì a poco sarebbe arrivato il divieto di sciopero

Il 28 ottobre del 1922, con la marcia su Roma, Benito Mussolini prende il potere.  All’inizio del 1925 il duce decide la svolta totalitaria attraverso una serie di provvedimenti liberticidi (le cosiddette “leggi fascistissime”), che annulleranno qualsiasi forma di opposizione al fascismo. Sul piano sindacale, con gli accordi di Palazzo Vidoni del 2 ottobre 1925, Confindustria e sindacato fascista si riconoscono reciprocamente quali unici rappresentanti di capitale e lavoro abolendo le Commissioni interne. Già nel 1923, pochi mesi dopo il suo arrivo al governo, il duce aveva abolito il Primo maggio.

Con queste parole, Mussolini giustificava la sua decisione:

“La grande guerra, che ha valorizzato ogni manifestazione di attività, ha sviluppato anche in tutte le classi una più profonda coscienza delle energie e del lavoro individuale. Celebrare, in un giorno all’anno, queste energie e questo lavoro è sprone ad una più fervida, proficua attività collettiva e nazionale; ed è bene che ciò sia formalmente riconosciuto in una legge dello Stato. E perché la celebrazione si ricongiunga ai ricordi della nostra storia e del genio della stirpe, il Governo ha voluto farla coincidere con la data del 21 aprile: la fondazione di Roma, data immortale da cui ha inizio il lungo, faticoso, glorioso cammino dell’Italia”.

Ai patti di Palazzo Vidoni segue la Legge n. 563 del 3 aprile 1926, che riconoscendo giuridicamente il solo sindacato fascista – l’unico a poter firmare i contratti collettivi nazionali di lavoro – istituisce una speciale Magistratura per la risoluzione delle controversie di lavoro cancellando il diritto di sciopero (la costruzione della ‘terza via’ del fascismo porterà alla Carta del lavoro nel 1927 e alla costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni nel 1939).

La serrata e lo sciopero sono vietati”, recita l’art. 18 della legge, l’articolo successivo specifica: “I dipendenti dallo stato e da altri enti pubblici e i dipendenti da imprese esercenti un servizio pubblico o di pubblica necessità che, in numero di tre o più, previo concerto, abbandonano il lavoro o lo prestano in modo da turbarne la continuità o la regolarità, sono puniti con la reclusione da uno a sei mesi, e con l’interdizione dai pubblici uffici per sei mesi”. E ancora: “quando la sospensione del lavoro da parte dei datori di lavoro o l’abbandono o la irregolare prestazione del lavoro da parte dei lavoratori abbiano luogo allo scopo di coartare la volontà o di influire sulle decisioni di un corpo o collegio dello stato, delle provincie o dei comuni, ovvero di un pubblico ufficiale – aggiunge l’art. 22 della legge – i capi, promotori e organizzatori sono puniti con la reclusione da tre a sette anni, e con la interdizione perpetua dai pubblici uffici, e gli altri autori del fatto con la reclusione da uno a tre anni e con la interdizione temporanea dai pubblici uffici”.

Reciterà ancora l’art. 11 del regio decreto 29 marzo 1928, n. 1003, sulla disciplina nazionale della domanda e dell’offerta di lavoro: “È vietato ai datori di lavoro di assumere in servizio prestatori d’opera disoccupati non iscritti negli uffici di collocamento di cui all’art.1 del presente decreto. Ad essi è data facoltà di scelta, nell’ambito degli iscritti negli elenchi, con preferenza a coloro che appartengono al Partito nazionale fascista e ai sindacati fascisti. AIl’uopo hanno facoltà di prendere visione degli elenchi e dei documenti esistenti nell’ufficio che riguardino lo stato professionale di ciascun iscritto”.

“La legislazione sul lavoro – sottolineava Pietro Nenni nella prefazione a un libro del figlio di Giacomo Matteotti, Matteo, dal titolo La classe lavoratrice sotto la dominazione fascista 1921-1943 – fu costantemente rivolta dal regime fascista contro i lavoratori”. E, ancor di più, contro le lavoratrici.

Diceva del resto Benito Mussolini su il Popolo d’Italia del 31 agosto 1934: “L’esodo delle donne dal campo di lavoro avrebbe senza dubbio una ripercussione economica su molte famiglie, ma una legione di uomini solleverebbe la fronte umiliata e un numero centuplicato di famiglie nuove entrerebbero di colpo nella vita nazionale. Bisogna convincersi che lo stesso lavoro che causa nella donna la perdita degli attributi generativi, porta all’uomo una fortissima virilità fisica e morale”.  

Il processo di allontanamento delle donne dal mondo del lavoro inizia nel 1919, con la legge Sacchi del 17 luglio, che sancisce il principio secondo cui le donne non possono occupare posizioni dirigenziali nell’amministrazione pubblica. La scuola è il settore preso di mira per primo dal Regime, e con particolare perseveranza. Con il regio decreto 2480 del 9 dicembre 1926 le donne saranno escluse dalle cattedre di lettere e filosofia nei licei, verranno tolte loro alcune materie negli istituti tecnici e nelle scuole medie, si vieterà loro di essere nominate dirigenti o presidi di istituto (già il regio decreto 1054 del 6 maggio  1923 – riforma Gentile – vietava alle donne la direzione delle scuole medie e secondarie. ). Una legge del 1934 (legge 221) limiterà notevolmente le assunzioni femminili, stabilendo sin dai bandi di concorso l’esclusione delle donne o riservando loro pochi posti, mentre un decreto legge del 5 settembre 1938 fisserà un limite del 10% all’impiego di personale femminile negli uffici pubblici e privati. 

L’anno successivo, il regio decreto n. 989/1939 preciserà addirittura quali impieghi statali potessero essere alle donne assegnati: servizi di dattilografia, telefonia, stenografia, servizi di raccolta e prima elaborazione di dati statistici; servizi di formazione e tenuta di schedari; servizi di lavorazione, stamperia, verifica, classificazione, contazione e controllo dei biglietti di Stato e di banca, servizi di biblioteca e di segreteria dei Regi istituti medi di istruzione classica e magistrale; servizi delle addette a speciali lavorazioni presso la Regia zecca. L’articolo 4 della stessa legge, suggerirà altri impieghi “particolarmente adatti” alle donne: annunciatrici addette alle stazioni radiofoniche; cassiere (limitatamente alle aziende con meno di 10 impiegati); addette alla vendita di articoli di abbigliamento femminile, articoli di abbigliamento infantile, articoli casalinghi, articoli di regalo, giocattoli, articoli di profumeria, generi dolciari, fiori, articoli sanitari e femminili, macchine da cucire; addette agli spacci rurali cooperativi dei prodotti dell’alimentazione, limitatamente alle aziende con meno di dieci impiegati; sorveglianti negli allevamenti bacologici ed avicoli; direttrici dei laboratori di moda.

“Il fascismo – diceva del resto Bruno Buozzi nel 1930 – rappresenta nella vita nazionale dell’Italia un episodio doloroso: i segni della riscossa e della liberazione sono già ripetuti e frequenti. L’esperienza fascista, soprattutto in campo operaio, costituisce una ingiustizia atroce, un passo all’indietro, la perdita di anni preziosi. Ma nel popolo italiano, sobrio e lavoratore, tenace e paziente, si registra una forza vitale così meravigliosa, una energia così sincera e così sicura che i lavoratori d’Italia, quando si saranno liberati dal fascismo, sapranno recuperare in fretta gli anni perduti. E di questa parentesi umiliante nella sua violenza e nella sua brutalità gli italiani avranno allora avuto un solo beneficio: la ferma convinzione che la libertà è una condizione necessaria per qualsiasi elevazione delle masse, e che in questo consiste il bene supremo; un bene, però, da conquistare e difendere ogni giorno”.

Da conquistare e difendere ogni giorno. Anche oggi, forse soprattutto oggi. Alla domanda: “Il regime fascista di Benito Mussolini in Italia è stato…?”, nel 2021 la maggioranza dei giovani italiani (il 66%!) rispondeva: “Una dittatura da condannare in parte, ma che ha portato anche benefici”.  Sostanzialmente, non più tardi di due anni fa, un italiano/a su tre riproponeva la tanto nota quanto falsa affermazione: “Mussolini era un dittatore ma in fondo ha fatto anche cose buone”. Ma le “cose buone” che qualcuno racconta Mussolini abbia fatto non esistono.

Fonte: https://www.collettiva.it/

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Dario De Lucia

1 italiano su 5 pensa che Mussolini, al netto di qualche errore, è stato un grande politico. A lui si attribuiscono, soprattutto sui social, meriti e provvedimenti che avrebbero fatto la storia d’Italia. In realtà sono tutte “bufale”: di seguito una puntuale analisi delle più ripetute. Il risultato? Sono tutte falsità

E noi continueremo a raccontarlo, ad opporci, a Resistere. Come abbiamo sempre fatto. Dagli anni del regime al dopoguerra, fino a oggi, del resto il sindacato ha sempre posto un argine allo “squadrismo” antidemocratico. E ne è sempre stato un bersaglio. Ieri, ma anche oggi purtroppo.

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