La festa della Repubblica che ripudia la guerra

La PACE

Per il 76° anniversario del referendum che ha decretato la forma istituzionale dello Stato, viene riproposta la parata militare, una tradizione discussa e discutibile soprattutto dopo tre mesi di guerra in Ucraina. Rete della Pace: “Una mancanza di sensibilità, che sostiene la spirale dell’escalation”

Che la nascita della Repubblica in Italia si festeggi con una parata militare è un’usanza discussa e discutibile, da sempre al centro di polemiche e critiche. Ma che dopo quasi tre mesi di massacri e distruzioni in Ucraina, per riaffermare la difesa dei valori costituzionali si debba perpetuare la tradizione della sfilata di carri amati, missili e uomini in divisa ai Fori imperiali a Roma, appare quantomeno fuori luogo. “È una mancanza da parte delle nostre istituzioni di sensibilità e attenzione dei rischi che si corrono quando si continua a sostenere una spirale militarista – sostiene Sergio Bassoli della Rete della Pace -. Proseguire con questo atteggiamento ci può portare a un’escalation fuori controllo del conflitto, fino al pericolo nucleare. Mi sarei aspettato un comportamento più universale e umanista, vicino alle parole che continuamente Papa Francesco pronuncia, alle sue invocazioni, e cioè fermare il riarmo e tutte le guerre e avviare una politica che vada in quella direzione”.

Un pensiero condiviso dal variegato mondo pacifista, che ha organizzato iniziative alternative in giro per la Penisola. Un cammino per la pace per le vie di Padova, un corteo contro tutte le basi militari a Coltano (Pisa), un presidio antimilitarista e contro la guerra nella Capitale, una manifestazione nazionale a Bologna in piazza Maggiore, promossa da una vasta rete di associazioni, dall’Aoi all’Arci, da Libera alla Comunità Giovanni XXIII. E poi ci sono i numerosissimi eventi dell’Anpi, Associazione partigiani, che come da tradizione programma in giro per l’Italia manifestazioni antifasciste, pacifiste, democratiche, per la Costituzione e il ripudio di tutte le guerre.   

“Questi appuntamenti improntati alla pace festeggiano davvero il 76° anniversario della Repubblica, non certo la parata militare che trovo ridicola: lo abbiamo scritto già 20 anni fa, quando è stata reintrodotta – dice Lisa Clark, responsabile per il disarmo nucleare della Rete italiana pace e disarmo e coordinatrice di Mayors for Peace in Italia -. Senza demonizzare i militari che hanno un ruolo che non c’entra niente con la pace, il 2 giugno è la festa della Repubblica e della Costituzione, del lavoro e della scuola, dei principi e dei valori che permeano questo Paese. Gli stessi che già oggi stanno provando a costruire in Ucraina, nonostante la guerra e pur in presenza di guerra. La società civile lì sta facendo moltissimo, lavora sul fronte umanitario per distribuire il cibo quando arriva, per aiutare i pompieri a estrarre le persone finite sotto le macerie degli edifici bombardati. È questa la resistenza civile che dobbiamo sostenere, non quella armata”.

Come non ricordare le donne che all’inizio del conflitto scendevano in strada per fermare i carri armati russi? “Si stanno comportando in maniera eroica e considerano fratelli coloro che hanno imbracciato i fucili, persone che a mio parere meritano rispetto – prosegue Clark -. Il loro obiettivo è unico e comune: liberare il Paese dall’invasore. Stanno costruendo una società coesa e inclusiva per il futuro, dove tutti, armati e disarmati, cristiani, ebrei e musulmani, si sentiranno parte della stessa comunità per la quale hanno lavorato”.  Un’idea e un sentimento di fratellanza che saranno certamente utili quando si tratterà di riedificare un Paese distrutto dalle bombe.

Lisa Clark condanna l’invio di armi da parte dell’Italia e saluta con favore il recentissimo voto della commissione Esteri della Camera, che ha espresso indicazioni per il governo affinché si attivi in percorsi concreti di disarmo atomico e di avvicinamento al Trattato di proibizione delle armi nucleari, perché, si sottolinea nella risoluzione, costituiscono ancora oggi una grave minaccia per l’umanità: sollecitazioni chiare e indicazioni realizzabili per perseguire percorsi concreti di disarmo, un obiettivo che tutti i recenti esecutivi hanno confermato come prioritario, anche se l’Italia finora ha deciso, come tutti gli alleati Nato, di rimanerne fuori.

Un passo importante, anche se non vincolante, soprattutto in questi mesi di guerra, durante i quali la minaccia nucleare è tornata tragicamente d’attualità. “Stiamo ballando sull’orlo del baratro dell’esplosione atomica, che vuol dire inverno nucleare: ma siamo pazzi? – afferma padre Alex Zanotelli -. Io sono sempre stato contrario alla parata anche in tempi diversi da questo. Sono in imbarazzo, davvero, che facciano una parata militare, ma finiamola! La festa della Repubblica dovrebbe essere festeggiata come dice la Costituzione, siamo un Paese che ripudia la guerra. Questo vuol dire celebrare l’Italia. Lo ha detto anche il Papa a proposito dell’aumento della spesa militare al 2 per cento del Pil entro il 2024, che vuol dire spendere 38 miliardi di euro in un anno, è una follia! Io chiedo: chi ha vinto oggi in Ucraina? Il complesso militare industriale degli Stati Uniti, che in questa come in tante altre guerre hanno una grande responsabilità, e quello di tutte le nazioni”.

Un’industria che in effetti in Italia non conosce crisi. Dai dati riportati nella nuova e corretta versione della Relazione annuale al Parlamento sull’export di armamenti si evince che nel 2021, anno segnato dalla pandemia, le aziende militari hanno lavorato a pieno ritmo, esportando nel mondo apparati per quasi 4,8 miliardi di euro, un record storico. Mentre rimangono alte le nuove autorizzazioni: 4,6 miliardi di euro complessivi. Tra i maggiori destinatari del made in Italy, Qatar, Kuwait, Egitto e Turkmenistan, che non primeggiano certo per democrazia e rispetto dei diritti umani. Non basta. Il nostro Paese non vuole partecipare neppure come Stato osservatore alla prima Conferenza degli Stati parti del Trattato di proibizione delle armi nucleari che si terrà a Vienna dal 21 al 23 giugno, un accordo firmato da 86 nazioni e ratificato da 60, tra cui noi non ci siamo.

Dall’altra parte però il nostro governo è anche quello che si è fatto promotore di un piano di pace, purtroppo rifiutato immediatamente dalla Russia. “Un’iniziativa meritevole – conclude Bassoli -. Questa è la via, soprattutto per le Nazioni Unite e per l’Europa, che però ha un problema di credibilità: se decide sanzioni e fornisce armi all’Ucraina, ha un ruolo molto debole nell’intavolare un vero negoziato. Di fronte alla violenza, a questa sofferenza, ai morti, agli eccidi, alle torture, alle fosse comuni, possibile che non ci poniamo il dubbio? Che pensare che più dura la guerra e più ci sono possibilità di un negoziato sia sbagliato? Di fronte a questo orrore, alle inevitabili vittime civili, consentiteci di dissentire, di avere un pensiero diverso da quello dominante, di proporre un’alternativa: la strada dell’iniziativa diplomatica e della pace”.

Fonte: https://www.collettiva.it/

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