
Lunedì 2 febbraio è stato l’ultimo giorno di lavoro con il Gaza community mental health programme (Gcmhp). La giornata è stata sicuramente molto faticosa e difficile, perché la partenza imminente e quindi la separazione non è mai facile.
Gli occhi si sono riempiti di lacrime più di una volta, gli sguardi che ci siamo scambiati avevano il carattere dell’incertezza, di chi si saluta senza sapere quando e se riuscirà a rivedersi ancora. L’esistenza delle persone che mi hanno affiancato e guidato poggia su un filo fragile e molto precario, come quella delle loro famiglie.
Abbiamo comunque programmato le attività future e abbiamo ripensato come portare avanti i nostri lavori di ricerca e di formazione. Ci siamo ripromessi di rivederci tra sei mesi, con chi avrà scelto di restare se finalmente le persone della Striscia avranno la facoltà di decidere della propria vita.
I colleghi e le colleghe che hanno partecipato alla riunione conclusiva di questo periodo di cooperazione hanno anche candidamente espresso che sperano di poterci rincontrare, se saranno vivi. Se bombardamenti, attacchi di droni e invasione israeliana risparmieranno le loro esistenze.
Eravamo tutti presenti e in ascolto tra noi. C’era il dottor Jarada, c’erano i miei studenti, le mie studentesse del diploma, c’erano i lavoratori e le lavoratrici del soccorso psicologico, i social workers, gli psicologi e gli psicoterapeuti con cui ho trascorso le due settimane di lavoro pieno di amore e di voglia di fare qualcosa che possa dare una speranza a questo territorio martoriato.

Alaa Jarada, il mio collega e fratello palestinese, mi ha detto che la prossima volta che ci vedremo non sarà qui, non sarà a Gaza perché per lui questa terra non esiste più dopo la morte dei propri figli. La sua ultima speranza è di trasferirsi, magari in Italia, con la moglie e la figlia sopravvissuta.
Dopo i saluti sono andato nel luogo dove sorgeva la Marna House, nella zona dell’Al Shifa hospital, hotel che mi ha accolto in tutti gli anni di permanenza e lavoro nella Striscia.
Non spenderò troppe parole su quanto resta dell’ospedale. Era un luogo della cura con delle professionalità incredibili, un fiore all’occhiello della medicina dove operavano dottori e dottoresse palestinesi di grande caratura. Oggi è un cumulo orribile di macerie in cui resiste l’unità intensiva da poco ricostruita.
A guardare il reparto ripenso all’immagine dell’araba fenice che rinasce dalle proprie ceneri. Ritrovo la tenacia e la forza che troppe volte ho visto praticare ai palestinesi che non hanno abbandonato la propria terra. Quella determinazione che ha reso la parola “resistenza” una scelta collettiva piena di cultura e di sapere condiviso.

L’hotel che per 16 anni è stata la mia casa accogliente in Palestina, dove ho trascorso gran parte delle mie serate a rimettere insieme le idee, a scrivere articoli, a programmare ricerche e analizzare dati, spunta dietro una fila di tende disposte intorno come una cintura di protezione.
Averlo finalmente di fronte, completamente distrutto, non ha comunque disperso i miei ricordi. È in questo luogo che ho incontrato studenti, studentesse, amiche e amici, colleghe e colleghi da tutto il mondo, quella parte di umanità che rende migliore il mondo. La stessa che ancora mi fa sperare in un futuro per la Striscia di Gaza.
Davanti allo scheletro dell’edificio ho rintracciato il balconcino della mia solita stanza, quella che ero solito prenotare e riservare, la stessa che mi contendevo con un medico norvegese con cui avevo imparato, giocosamente, a non programmare lo stesso periodo di lavoro a Gaza per non sovrapporci nella scelta della camera prediletta.
Osservando quel balcone, quelle mura e quelle pietre, i fantasmi di tante persone che non ci sono più hanno cominciato a farmi visita, ripopolando quella Marna House demolita. Sono volti e voci di vite stroncate dalla morte israeliana, si chiamano Abdelrahman, Sheher, Malik e Ibrahim -i figli di Alaa-, Mutamma, Nijrim, Rola, Samah. Insieme a molti altri uccisi dal genocidio di un Paese occupante.

L’albero secolare del giardino dell’hotel rimane nonostante tutto. Resiliente, quasi intoccato, a simboleggiare le radici profonde, indigene e non estirpabili della Palestina. Una pianta verdeggiante e rigogliosa che ci ricorda che strappare da questa terra il popolo palestinese non sarà possibile.
Ho lasciato il perimetro dell’hotel per andare verso la spiaggia facendo la stessa strada che ero solito percorrere in passato. Ho fatto la lunga passeggiata che nella mia memoria conservava i dettagli e i colori di Gaza, città viva e pullulante.
Una volta arrivato sul lungo mare ho osservato la vita che dalla battigia risaliva verso la città. Proveniva come sempre dai bambini, dai loro bagni nell’acqua fredda come immersione di libertà, dai loro giochi in uno spazio che -come tutti gli altri luoghi- è troppo inquinato e destava la preoccupazione di genitori e parenti.
Le famiglie si riparavano dall’incursione della realtà accanto al rumore delle onde. Un moto rassicurante che dopo poco ha costretto tutti a ritirarsi a causa del vento crescente.

Riparto per Khan Younis con quest’immagine, con la fotografia delle persone che si spostano improvvisamente al passaggio di una nube di polvere sferzante. Il ritratto di un nugolo di bambini che vagano nell’inverno inquinato di una città che vorrebbero far sparire, che hanno cancellato e che non possiamo più rivedere come la nostra memoria l’aveva conservata.
In me si susseguono diverse emozioni. I ricordi meravigliosi che custodisco provocano un risentimento di dolore molto potente. Il saluto che ho dato oggi alle mie amiche e ai miei amici è un abbraccio a questa città violentata e distrutta. Un saluto che per quanto mi riguarda è un arrivederci e nel tempo intermedio prima del mio ritorno il mio cuore, il mio pensiero, le mie azioni e i miei più piccoli gesti saranno orientati a ricelebrare e ricordare queste persone meravigliose.
6 febbraio 2026 “Torno da Gaza con un senso di impotenza. Non si può che aspettare e nemmeno più sperare”
Fra paure e senso di impotenza la resistenza dei gazawi rimane impressa nella memoria. Il viaggio di rientro in Italia dello psicologo clinico Guido Veronese riporta le considerazioni sul genocidio palestinese compiuto da Israele, le responsabilità politiche dell’Occidente e le sue speranze di ritorno nella Striscia. “L’assenza della nostra attenzione consente che l’inevitabile avvenga”
È il pomeriggio del 3 febbraio e dall’aeroporto di Istanbul ripenso ai 15 giorni di lavoro nella Striscia di Gaza assolutamente ai limiti dello stremo, ricordo i viaggi di quattro ore, tutti i giorni, per compiere 30 chilometri attraverso delle terre devastate, completamente sbriciolate. Rivedo la linea gialla a sinistra, la demarcazione che non è consentito oltrepassare ai palestinesi. È identificabile solo attraverso alcuni blocchi gialli messi qua e là, a zig zag tra le macerie.
Affiorano i quadricotteri attaccati al confine della linea che hanno sparato indiscriminatamente sulla popolazione. Ricordo quei racconti, gli sguardi, l’incredibile lavoro fatto dai colleghi del Gaza community mental health programme (Gcmhp).
Soprattutto risento la generosità e l’importanza di condividere un pasto. La gentilezza dell’accoglienza al mio ingresso in una tenda completamente invivibile, oltre ogni norma di sicurezza igienica. Ricordo il cappuccino offerto da una signora che mi ha visto estraniato e che in quel gesto ha mostrato tutta la sensibilità delle persone di Gaza, disposte a togliere qualcosa ai propri figli pur di condividere.
Rammento che ogni testimonianza di queste persone è una storia di sopravvivenza ma anche una denuncia cocente dei crimini contro l’umanità che Israele sta compiendo, anche su mandato degli Stati Uniti, nella Striscia di Gaza.

La resistenza della popolazione palestinese non dimostra solo la loro voglia di vivere, il sacrificio ineludibile per i figli sopravvissuti, ma anche la determinazione di preservare la terra e la memoria. Un territorio che ho stentato a riconoscere nei primi momenti del mio arrivo. Un luogo familiare ridotto in un deserto di macerie e lacerazioni.
La separazione dalle persone con cui e per cui ho lavorato è stato il momento in cui avrei voluto dire loro “resto qui con voi” o almeno “ci vediamo prestissimo”. Non possiamo nutrire alcuna fiducia nel rincontrarci, perché non riconosciamo alcuna credibilità al progetto di ricostruzione che il cosiddetto “Board of peace” ha proposto.
Sono solo membri che vengono a raccogliere il risultato delle loro politiche genocidarie: appropriarsi della terra e mettere a compimento il piano coloniale sulla Striscia. Hanno seminato disperazione e povertà estrema. C’è bisogno di tutto dopo la loro deliberata devastazione.

Medicine, cibo sano e adeguato, infrastrutture, impianti elettrici, rete fognaria, scuole, ospedali e ambulatori sono l’aiuto concreto che avrebbero potuto approntare. Nulla di tutto questo è in arrivo per i palestinesi, solo l’apertura contingentata del valico di Rafah costituisce la salvezza di pochissimi.
Nel frattempo Israele non smette di bombardare, non smette di sparare e giustiziare le persone. Non smette di impedire loro di essere curati dignitosamente o di studiare, formarsi per pensare a un futuro che sia di dignità e speranza.
C’è un silenzio che è calato sull’invasione della Striscia e sul genocidio dei palestinesi che pesa fortissimo sulle nostre coscienze. L’assenza della nostra attenzione consente che l’inevitabile avvenga, che le persone muoiano ancora e i palestinesi sopravvissuti vengano cacciati dalle loro terre.

Desta profonda vergogna il fatto che quanto sia accaduto e stia ancora avvenendo sia persino ricoperto da una retorica dell’aiuto mentre, in realtà, l’Occidente si procaccia ogni minimo vantaggio dall’eliminazione della popolazione superstite per le proprie tasche coloniali.
Spero di ritornare molto presto, intendo costruire un piano di continuità di lavoro e di appoggio con il Gaza community mental health programme (Gcmhp). Trovo incredibile che in pochissimi mesi questo centro si stia nuovamente rialzando: hanno affittato un grande appartamento che occupa l’intero piano di un edificio che in passato apparteneva ad altre Ong internazionali e da lì ricominciano con il loro impegno di supporto.
Tornare a Gaza sarà il compimento della mia ricerca scientifica, clinica e umana. L’idea di ritornarvi tra sei mesi con la consapevolezza di non sapere che cosa potrò trovare è agghiacciante. Per il momento abbraccio tutte le amiche, gli amici, le compagne e compagni, le colleghe e i colleghi, gli studenti e le studentesse che ho salutato: non avrei mai voluto lasciarvi in queste condizioni, non avrei mai voluto lasciarvi con la sensazione che siete appesi a un filo e che questo filo si possa spezzare.

Ritorno in Italia con quel senso di impotenza di chi, adesso, non può che aspettare e neanche più sperare. Il desiderio di fare qualcosa, di continuare a resistere e di non cedere me lo insegnano le persone palestinesi. Rientro piegato dalla fatica e dal dolore del vedere la terra che più amo completamente devastata, ma con la certezza di ritornarvi. Costi quel che costi.
**Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, lavora in zone affette da violenza politica, militare e gravi violazioni dei diritti umani. Dal 20 gennaio 2026 trova nella Striscia di Gaza con le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Da qui racconta la sua esperienza su Altreconomia.
Qui si possono leggere la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta, la settima, l’ottava, la nona, la decima, l’undicesima, la dodicesima e la tredicesima parte.
Fonte: https://altreconomia.it/