
Abito a due passi da Parque Cespedes. È agosto e fa un caldo soffocante. Due ore di corrente al giorno per quartiere , a volte da noi la mettono dalle tre di notte sino alle cinque del mattino.
Il petrolio è razionato, per il Bloqueo americano, quell’atto disumano contro Cuba che dura da 70 anni. Però quando arriva la luce devi organizzarti: a caricare il telefono e il ventilatore per dormire.
Prima di andare a casa verso le 11 con i vicini ce ne stiamo per strada, spesso seduti nei marciapiedi. A volte ci beviamo pure un Ron e parliamo del più e del meno. Di quanto era bella Santiago colorata, i locali aperti, le strade allegre, la musica e il bellissimo carnevale. Ma a Cuba basta nulla per divertirsi, se sai essere come loro, entrare nella loro mentalità e accontentarti del poco che c’è.
Perché il periodo è brutto, forse peggio del periodo speciale. Proprio per questo a volte anche il proverbiale ottimismo cubano viene messo a dura prova.
Ma poi tac, arriva la luce, e dalle case si accendono i boati di giubilo.
Qualcuno mette la musica, altri ballano per strada. Poi bisogna dormire. Ci si saluta con abbraccio e si và a casa.
I panettieri della strada vicina continuano invece a cuocere il pane per la popolazione. L’odore di farina invade il quartiere. Poi piomba il silenzio. Alle 3 di notte, sempre in anticipo, il canto dei galli, ce ne sono un’infinità.
I cani cominciano il concerto e alle 4 è di nuovo quiete. Che durerà solo due ore. Alle sei le urla dei venditori di pane, di uova, di abiciuela e di frutti tropicali sfondano la quiete dell’alba.
Comincia una nuova giornata, ancora senza elettricità e petrolio.
È una grande ingiustizia, solo perché gli Stati Uniti non vogliono e gli altri non fanno niente, compresa l’Italia, aiutata invece dai medici cubani ai tempi del Covid e non solo.
Intanto Cuba soffre, è ferita, ma ancora in piedi.
È l’isola ribelle.
Argentino Tellini
Santiago de Cuba
Fonte FB