
Non siamo soli. Ne abbiamo parlato in fila, sul portale di casa, al lavoro. Vedo la fatica, sì, la conosco bene. Ma vedo anche una testardaggine che non si spegne. La stessa che ci fa cercare il cavo per l’invenzione, ridere nel bel mezzo del blackout e condividere quel poco caffè che c’è.
Questa forza non la vediamo in televisione, la viviamo. E credimi, il mondo la vede. Ci conforta sapere che la nostra lotta, per quanto dura, ha senso oltre il mare. È allora che ricordo chi siamo, i figli di coloro che hanno costruito questo con le loro mani, i nipoti di cui non si sono piegati.
Abbiamo qualcosa che pochissimi hanno: un’identità così feroce che fa male e innamorare allo stesso tempo.
Abbiamo una storia di resistenza che è il nostro scudo. E abbiamo, anche se non sempre lo sembra, milioni che da altre terre ci rispettano perché siamo ancora in piedi, per non aver cambiato la nostra anima con nulla.
Per questo sono ancora qui, con questa mia Cuba, aggrappata a me. Non per un discorso, ma per l’odore della terra dopo la pioggia, per il sorriso schietto della mia vicina, per la certezza che questo popolo, a cui appartengo, è capace dell’impossibile.
La nostra battaglia è quotidiana ed è reale, ma non la cambio per inginocchiarmi davanti a nessuno.
Ogni granello di sabbia che mettiamo, ogni atto di onestà e ogni gesto di solidarietà che ci diamo tra di noi, è un trionfo.
Questa è la nostra verità, quella che costruiamo giorno per giorno. E finché avremo l’un l’altro, finché crediamo in ciò che siamo, non saremo mai un popolo sconfitto. La vittoria è rimanere, essere.
E noi, qui, veniamo da Patria o Muęrtę!