
Da qualche tempo assistiamo a una curiosa convergenza tra la propaganda imperialista e alcuni settori dell’estremismo ideologico autoreferenziale. I primi, da sempre nemici della Rivoluzione cubana, vorrebbero dimostrare che il socialismo è fallito e che l’isola sarebbe ormai costretta ad arrendersi alle leggi del mercato. I secondi, incapaci di leggere la complessità dei processi storici reali, gridano alla “Perestrojka cubana”, al “capitalismo di Stato” e alla “restaurazione capitalista” ogni volta che Cuba introduce strumenti economici necessari per affrontare le condizioni eccezionali dell’assedio economico.
Entrambi sbagliano. E spesso sbagliano per la stessa ragione: non comprendono cosa sia realmente una transizione socialista. Occorre ricordare un dato elementare che molti commentatori ignorano deliberatamente. Cuba non sta operando in condizioni normali. Da oltre sessant’anni l’isola è sottoposta a un blocco economico, commerciale e finanziario che rappresenta una delle più lunghe operazioni di guerra economica della storia contemporanea. Negli ultimi anni tale assedio si è ulteriormente aggravato attraverso nuove sanzioni, restrizioni finanziarie e limitazioni all’accesso ai circuiti internazionali dei pagamenti. In queste condizioni, la questione fondamentale non è scegliere tra piano e mercato come se si trattasse di categorie astratte, ma comprendere come il potere rivoluzionario possa utilizzare ogni strumento disponibile per difendere la sovranità nazionale, sviluppare le forze produttive e migliorare le condizioni materiali del popolo senza rinunciare alla direzione socialista del processo.
Chi parla di “svolta capitalista” dimostra di non conoscere né Marx, né Lenin, né Fidel, né l’esperienza concreta delle società in transizione. In ogni processo di costruzione socialista esistono forme economiche differenti che convivono e vengono orientate dalla pianificazione generale. Lo stesso dibattito sul rapporto tra piano e mercato accompagna da sempre le esperienze socialiste e costituisce uno dei terreni principali della ricerca economica marxista. Le nuove linee di impulso alla pianificazione socioeconomica adottate da Cuba non rappresentano dunque un arretramento ma, al contrario, un tentativo avanzato di adeguare gli strumenti della pianificazione alle nuove condizioni del XXI secolo.
L’obiettivo non è ridurre il ruolo dello Stato rivoluzionario ma renderlo più efficace.
Non è abbandonare la pianificazione ma migliorarne la capacità di coordinamento. Non è privatizzare il paese ma garantire una maggiore capacità produttiva, una migliore allocazione delle risorse e una più elevata efficienza sociale.
La differenza con la tragica esperienza della Perestrojka sovietica è radicale.
In Unione Sovietica si procedette progressivamente allo smantellamento del potere politico socialista e alla dissoluzione degli strumenti di controllo pubblico dell’economia.
A Cuba avviene esattamente il contrario.
Il Partito Comunista continua a mantenere il ruolo dirigente del processo rivoluzionario, lo Stato conserva il controllo dei settori strategici e la pianificazione resta il meccanismo fondamentale di orientamento dello sviluppo.
Chi confonde l’introduzione di meccanismi economici differenziati con una restaurazione capitalista rivela una lettura infantile della realtà. Sarebbe come sostenere che la presenza di cooperative, imprese miste, lavoratori autonomi o incentivi produttivi equivalga automaticamente al capitalismo.
La questione decisiva non è la forma giuridica di ogni singola attività economica, ma chi esercita il potere politico e quale progetto sociale guida l’insieme del sistema.
La risposta cubana alla crisi non consiste dunque nell’abbandonare il socialismo, ma nel rafforzarne le capacità di adattamento. La pianificazione contemporanea non può essere concepita come una semplice amministrazione burocratica delle risorse. Deve diventare uno strumento dinamico capace di integrare innovazione tecnologica, sviluppo scientifico, partecipazione popolare, efficienza produttiva e sovranità nazionale.
Non a caso Cuba continua a investire nei settori della ricerca, della salute pubblica, della formazione e delle biotecnologie, che rappresentano uno dei risultati più avanzati della costruzione socialista sull’isola.
Questa evoluzione va inoltre collocata nel nuovo contesto internazionale segnato dall’emergere del multipolarismo. La crisi dell’egemonia unipolare statunitense apre infatti spazi inediti per i paesi che vogliono costruire percorsi autonomi di sviluppo. La crescente cooperazione con Cina, Russia, Venezuela e con numerosi paesi del Sud globale permette a Cuba di inserirsi in una rete internazionale alternativa ai meccanismi di dominio finanziario occidentali.
Il multipolarismo non rappresenta una formula diplomatica astratta ma una concreta possibilità di difesa della sovranità economica e politica dei popoli.
È precisamente questa prospettiva che terrorizza Washington.
Perché una Cuba capace di innovare la propria pianificazione socialista, di rafforzare la propria economia e di inserirsi nei nuovi processi multipolari costituisce un esempio pericoloso per tutti i popoli del Sud del mondo. Per questo motivo la propaganda cerca disperatamente di descrivere ogni cambiamento come una resa. Ma la realtà è diversa. Cuba non sta rinunciando al socialismo. Sta cercando di costruire le condizioni materiali per renderlo più forte, più efficiente e più sostenibile in un contesto internazionale estremamente ostile.
Ai disinformati si può ancora spiegare. Agli imbecilli forse si può provare a insegnare. Agli estremisti dogmatici che da anni annunciano l’imminente fine della Rivoluzione e continuano a leggere la realtà attraverso schemi ideologici cristallizzati, occorre ricordare una verità elementare dell’economia politica marxista: la costruzione della prosperità socialista nelle condizioni eccezionali in cui Cuba è costretta a operare richiede oggi nuovi strumenti, nuovi attori e nuove relazioni internazionali.
Nuovi attori economici, certamente, ma soprattutto una cooperazione più intensa con quei paesi che, attraverso percorsi differenti, hanno sviluppato esperienze avanzate di pianificazione socialista, come Cina e Vietnam.
Non si tratta di imitare modelli altrui, ma di rafforzare uno scambio tra esperienze rivoluzionarie che condividono la stessa sfida storica: costruire il socialismo nel XXI secolo in un contesto mondiale dominato dall’offensiva del capitale transnazionale.
Questa prospettiva si colloca in netta controtendenza rispetto all’attuale fase della mondializzazione capitalista, segnata da una crisi sistemica che intreccia sovrapproduzione, difficoltà di accumulazione, instabilità finanziaria e crescente militarizzazione delle relazioni internazionali.
Di fronte a tali contraddizioni, il capitale tenta di rinviare la propria crisi ricorrendo da un lato all’utilizzo delle nuove tecnologie come strumenti di concentrazione del potere economico e dall’altro a forme sempre più aggressive di keynesismo militare, di guerre economico-finanziarie e di conflitti armati.
Per questo la critica dell’economia di guerra e del riarmo diventa oggi parte integrante della lotta per un’alternativa socialista e multipolare.In questo quadro le rivoluzioni cubana, cinese e vietnamita assumono un significato che va ben oltre i rispettivi confini nazionali. A chi osserva superficialmente possono apparire esperienze appartenenti a una fase storica passata; in realtà rappresentano alcuni dei più avanzati laboratori di ricerca sociale, economica e politica del nostro tempo. In una fase di crisi senza precedenti del capitalismo globale, esse dimostrano che esistono percorsi alternativi fondati sulla centralità del lavoro, sulla pianificazione strategica, sulla sovranità nazionale e sulla riduzione delle disuguaglianze sociali.
Da anni la nostra scuola economica marxista sostiene la necessità di un interscambio sempre più intenso tra modelli socialisti con caratteristiche differenti. Oggi questa esigenza appare ancora più evidente. È auspicabile che Cina e Vietnam possano rafforzare ulteriormente la cooperazione con Cuba, contribuendo con investimenti, innovazione tecnologica, sviluppo infrastrutturale, efficienti modalità di importazione ed esportazione e valorizzazione del talento umano. Una collaborazione tanto più necessaria in una fase segnata dal permanere di un blocco economico criminale che continua a colpire il popolo cubano.
Del resto, la specificità della transizione socialista cubana può essere compresa soltanto analizzando il rapporto dialettico tra forze produttive e rapporti sociali di produzione.
Grazie alla determinazione politica della Rivoluzione, Cuba ha costruito rapporti sociali di produzione straordinariamente avanzati, fondati sull’universalità dei diritti sociali, sull’accesso all’istruzione, alla sanità, alla cultura e sulla centralità dell’essere umano rispetto al profitto.
Tuttavia tali conquiste si sono sviluppate in presenza di forze produttive fortemente limitate dall’assedio economico, dall’insufficienza degli investimenti, dai ritardi tecnologici e dalle difficoltà di accesso ai mercati internazionali.
Se il capitalismo dispone spesso di forze produttive avanzate ma le organizza attraverso rapporti sociali fondati sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento, il socialismo cubano ha realizzato l’esatto contrario: rapporti sociali estremamente avanzati a fronte di forze produttive ancora insufficienti.
La sfida odierna consiste proprio nel colmare questa contraddizione senza sacrificare le conquiste sociali della Rivoluzione, ma anzi rafforzandole attraverso una nuova fase di sviluppo pianificato, sovrano e socialista.
La Rivoluzione cubana non è sopravvissuta per oltre sessant’anni perché immobile. È sopravvissuta perché capace di trasformarsi senza tradire se stessa. E oggi, di fronte alle sfide dell’assedio economico e delle trasformazioni del sistema mondiale, la nuova fase della pianificazione socioeconomica non rappresenta una Perestrojka tropicale, ma un ulteriore capitolo della lunga e difficile costruzione di un socialismo sovrano, decoloniale e multipolare.
(Editoriale di Luciano Vasapollo e Rita Martufi)
Fonte: https://www.farodiroma.it/