
L’8 settembre 1943 il generale Eisenhower annunciò l’armistizio con l’Italia. Non seguirono ordini né istruzioni: il re e Badoglio fuggirono al Sud e l’esercito rimase senza guida.
La Wehrmacht occupò l’Italia centrale e settentrionale con un piano già pronto, l’operazione Achse, e nei giorni seguenti disarmò e catturò centinaia di migliaia di soldati. Più di seicentomila furono deportati nel Reich.
I tedeschi non li trattarono da prigionieri di guerra: li classificarono come “internati” per negare loro le tutele della Convenzione di Ginevra, e li usarono come manodopera coatta. Per quasi due anni la maggioranza rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò e di combattere per la Germania, pur pagando quel no con la fame, il lavoro forzato e con la vita.
Circa cinquantamila non tornarono mai a casa. Chi sfuggì alla cattura lo dovette spesso alle donne, che cucivano abiti civili, tingevano le scarpe militari e indicavano le case dove nascondersi.
Molte, giovanissime, presero le armi per difendersi, altre decisero di contribuire alla lotta partigiana con la logistica delle informazioni e delle armi. Molti raggiunsero le montagne e formarono i primi gruppi armati, con prigionieri alleati evasi e antifascisti di vecchia data.
Da lì nacque la Resistenza, che senza le donne, diceva Lidia Menapace, non ci sarebbe mai stata.