
Mentre Trump annuncia che a Maduro restano “poche ore”, e negli stessi Caraibi gli Stati Uniti attaccano le barche davanti alle coste venezuelane e schierano una delle portaerei più grandi del mondo, sento di dover raccontare e condividere quello che ho visto a Caracas, qualche mese fa come delegata al Congresso Mondiale Antifascista. Tra bandiere rosse, canti popolari e delegazioni da oltre cento Paesi, il Venezuela si racconta come laboratorio di resistenza e solidarietà. Dal Festival Antifascista al giuramento di Maduro, la forza di un popolo che difende la propria sovranità. Un paese che resiste. Ero a Caracas a gennaio del 2025.
La capitale venezuelana si sveglia immersa in un verde che pare voler inghiottire il cemento. La città vive, respira, resiste. All’interno del grande centro congressi si riuniscono i rappresentanti di 102 Paesi per il Festival Mondiale Internazionale Antifascista: bandiere, tamburi, lingue diverse ma un solo grido comune —“¡Viva Venezuela!”Una tromba intona Bella Ciao e la sala si trasforma in un coro globale. È l’inizio di un incontro che unisce i popoli contro imperialismo, fascismo e colonialismo.
“La ricchezza del popolo al popolo”
La vicepresidente Delcy Rodríguez Gómez, vestita di rosso, sale sul palco e parla con voce chiara:
“Lottiamo contro il fascismo e il colonialismo che vogliono normalizzare l’orrore, come il massacro del popolo palestinese. Mai più!
”Rivendica l’eredità di Chávez e il diritto del Venezuela a governarsi senza interferenze.“
Quando la ricchezza di un Paese è nelle mani di pochi, questo è fascismo. Chávez ci ha insegnato che l’energia, il petrolio, la terra appartengono al popolo.
”Fuori, nei quartieri “bene” di Caracas, l’opposizione di destra, guidata da Machado (Corina Machado, ora insignita del Premio Nobel della Pace, prontamente dedicato a Trump), manifesta. Dentro, la sinistra internazionale applaude un progetto che è anche un simbolo: la dignità popolare come frontiera contro il dominio economico e militare dell’Occidente. Mi imbatto per la prima volta in una scena irrituale -militari in piena uniforme, in moto, in tenuta antisommossa, che — fermi nelle postazioni o mentre interagiscono con la gente — hanno un atteggiamento di complicità, non di minaccia o contenimento. Perplessa, cerco di capire, e un compagno mi conferma:
“È l’esercito bolivariano.”
L’Esercito Bolivariano: a fianco del popolo, non contro.
Nelle giornate del giuramento di Nicolás Maduro, la città si riempie di moto, bandiere e volti sorridenti. Mentre un milione di persone si riversa nelle piazze, l’Esercito Bolivariano presidia le strade. Ma non è un esercito di oppressione: è un corpo civile e militare nato per difendere, non per reprimere. Giovani soldati distribuiscono acqua e assistenza, collaborano con la Protezione Civile, aiutano anziani e famiglie sotto il sole. Alle postazioni mobili, alcuni intonano canti patriottici insieme ai cittadini. È un’immagine che rompe gli stereotipi: lo Stato non si mostra come forza di controllo, ma come braccio operativo del popolo. L’esercito, qui, è parte della comunità. È la traduzione visibile del principio chavista – Unidad Cívico-Militar — unità tra popolo e forze armate per la difesa della rivoluzione.“Noi non puntiamo le armi contro il nostro popolo,” dice un ufficiale giovane, “le puntiamo contro la fame, la disuguaglianza e contro chi vorrebbe riportarci indietro.”
Il giuramento di Maduro. Nel giorno del giuramento, Caracas vibra.
Dalle colline scendono orde di motociclisti, a piedi arrivano famiglie, anziani, bambini. Il popolo canta:“¡Yo juro con Maduro!”“¡El pueblo jura con Maduro!
”Sotto un sole che spacca, la gente balla e ride. Sugli spalti, rappresentanti di nazioni del Sud del mondo, rappresentanti dei popoli nativi delle Americhe, i popoli di Panama e Guatemala, con il volto dipinto come si fa quando si porta la storia sulle guance; i popoli caraibici di Saint Vincent e Grenadine, che avanzano con quel passo ondulante che ti prende per mano e ti trascina con loro; la comunità afro-discendente, con la bandiera afro; il rappresentante dell’India, in abiti tradizionali, che dagli spalti prova a seguire il ritmo della musica. Maduro, in abito blu, sale sul palco e intona: “Oligarcas, temblad… ¡viva la libertad!” Parla al popolo, balla e, con la fascia della bandiera del Venezuela, procede con il giuramento: “Giurate di difendere la patria? ”E da ogni angolo della piazza, un coro compatto:“¡Juro! ”Mentre Washington annuncia nuove sanzioni e una taglia da 25 milioni di dollari sulla sua testa, Caracas risponde con orgoglio e appartenenza.
Nel Congresso Mondiale Antifascista, la Palestina è ovunque: nei discorsi, nelle bandiere, negli occhi dei delegati. Il Festival si apre con *La raíz del olivo*, documentario cubano sui giovani palestinesi che studiano a L’Avana — un tributo alla solidarietà internazionalista. Cuba e Venezuela camminano insieme. Maduro cita Ho Chi Minh e Fidel, ricordando che “l’unione dei popoli è la prima arma contro l’imperialismo”.
Racconta i risultati della rivoluzione bolivariana: milioni di case popolari, sanità gratuita con *Barrio Adentro*, istruzione accessibile a tutti. “Seguendo l’esempio di Cuba,” afferma, “abbiamo trasformato la solidarietà in politica di Stato.”
Il Foro di Caracas: nasce una rete mondiale Dai tavoli di lavoro emerge una risoluzione votata all’unanimità: la nascita del Foro di Caracas, un think tank mondiale per coordinare le lotte popolari. Temi centrali: Donne e transfemminismo emancipato Giovani come avanguardia del mondo multipolare. Popoli indigeni contro estrattivismo e colonialismo. Sindacalismo e antifascismo nel XXI, secolo Arte e cultura come strumenti di liberazione
Maduro chiude il Congresso intonando L’Internazionale, ricorda i rivoluzionari della Bolivia, Santa Lucia, Honduras – Tupac Katari, Augusto César, Chavez.. Ricorda il progetto di Chavez di restituire al popolo quello che è del popolo. Saluta l’anziana cachica Guayira, consegna la Medaglia del Bicentenario di Ayacucho a funzionari e magistrati sanzionati dall’Occidente. “Chi resiste all’imperialismo non va punito, va onorato.” Invita il rappresentante dei Senza Terra a leggere la risoluzione finale uscita dai tavoli di lavoro. Un popolo in cammino. Di notte, Caracas non dorme. Le strade restano piene di canti, discussioni, tamburi. Delegazioni di ogni continente condividono esperienze e sogni. Una donna cubana racconta: “Da noi, ogni bambino va a scuola, anche con l’embargo. E se serve un medico, lo trovi sotto casa. È questo che temono: un popolo istruito, un popolo sano.” Un giovane venezuelano aggiunge: “Abbiamo poco, ma quel poco è nostro. E lo difendiamo insieme.”
Un altro mondo è possibile. Il Venezuela resiste alla fame, alle sanzioni e alle guerre con la forza della solidarietà. In queste piazze, la rivoluzione non è parola d’archivio, ma pratica quotidiana. E nel rumore dei tamburi, tra i volti sorridenti, risuona la frase che chiude ogni discorso, ogni canto, ogni sogno:¡Que viva Cuba! ¡Que viva Venezuela! ¡No pasarán!